In tutto c’è stata bellezza

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Titolo: In tutto c’è stata bellezza

Autore: Manuel Vilas

Editore: Guanda

Traduzione: Bruno Arpaia

Non conoscevo Manuel Vilas, non sapevo nulla della sua vita e produzione letteraria. Ho comprato questo libro per il titolo, che mi è sembrato subito meraviglioso. Manuel Vilas in questo “In tutto c’è stata bellezza” tratta del rapporto che ha avuto con la sua famiglia, del dolore per la perdita dei genitori e della loro presenza costante a fianco a lui dopo la loro scomparsa. Vilas racconta la sua vita, episodi normali, niente di mirabolante, sullo sfondo della vita spagnola degli ultimi decenni. Lui è un uomo ossessionato dalla morte, poco abituato ad esprimere i propri sentimenti, anzi quasi portato a nasconderli. Racconta tanti dettagli della storia dei suoi genitori, piccoli segreti familiari, abitudini e comportamenti quotidiani della sua famiglia. Tante piccole cose, dettagli trascurabili, che al momento lo facevano arrabbiare ma che a ripensarci ora provocano solo tenerezza e nostalgia. Ricordi sparsi, disordinati, scritti con sincera spontaneità, nulla di programmato.

Il libro mi è piaciuto molto, non tanto per il contenuto, ma per avermi fatto rivivere situazioni analoghe della mia vita con la mia famiglia, con i miei genitori. Chi ha perso i genitori può capire cosa vuol dire abituarsi a vivere senza di loro, a non averli a fianco tutti i giorni, alla mancanza del loro affetto e della loro comprensione.  Quel senso di incompletezza che rimane intatto con il passare degli anni per le mancate dimostrazioni di affetto che per fretta e superficialità i figli in genere negano ai propri genitori, senza motivo, senza capire quanto possano essere importanti e quanto grande possa essere l’errore di non esprimerle. I legami con i nostri genitori ci sostengono e ci guidano anche quando si interrompono e sono proprio questi legami che ci danno la forza di andare avanti da soli. Qui sta la meraviglia del titolo del libro. In Tutto c’è stata bellezza. Nelle piccole cose, nei gesti di affetto, nelle frasi quotidiane, quando i comportamenti dei genitori sono mossi solo dall’amore, senza bisogno di avere un immediato ritorno. L’amore dei genitori per i figli non ha bisogno di ricompense, è un dare senza chiedere nulla in cambio. Noi siamo quello che i nostri genitori ci hanno insegnato, sta a noi onorarli e rispettarli, vivendo secondo i loro insegnamenti e mantenendo in questo modo vivo il loro ricordo. Ci sono figli che onorano padri illustri scrivendo biografie che raccontano la vita di grandi uomini, nel campo della politica o dell’industria. Manual Vilas ci ha raccontato la sua vita normale, normalissima ma proprio perché in questa vita normale ha trovato che “In tutto c’è stata bellezza” sta la sua grandezza. Siamo abituati a misurare tutto con il denaro, i successi sono solo quelli che danno ricchezza, ma ci sbagliamo. Non dobbiamo vivere per la ricchezza, ma per la bellezza. Dei sentimenti, degli affetti, delle relazioni, del nostro modo di essere.

 

 

Quel che sa la notte

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Titolo: Quel che sa la notte

Autore: Arnaldur Indridason

Editore: Guanda

Traduzione: Alessandro Storti

Un gruppo di turisti tedeschi è in gita al famoso ghiacciaio Langjökull, il più grande di Islanda. Mentre la guida illustra le meraviglie del ghiacciaio e mostra i segnali di sofferenza dovuti al riscaldamento globale, appare il corpo di un uomo congelato in ottimo stato di conservazione. Si tratta di un imprenditore scomparso da oltre trent’anni in circostanze mai chiarite. Il medico legale che riconosce il cadavere si ricorda che il caso era stato seguito da un suo amico, un poliziotto ora in pensione, Konrað. Ai tempi della scomparsa, le indagini erano state orientate sul socio di affari del morto, ma in mancanza di prove il caso era rimasto irrisolto. Il ritrovamento del cadavere rimette tutto in discussione e proprio l’ex poliziotto Konrað riprende le indagini in modo non ufficiale, aiutato dai suoi colleghi ancora in attività.

Il romanzo “Quel che sa la notte” è completamente ambientato in Islanda, una terra dalla natura impetuosa e ricca, ma anche dura e avversa all’uomo, che per viverci deve abituarsi al freddo ed alle tante difficoltà. L’ambiente avverso è una costante importante della vita islandese e la sua conoscenza è condizione necessaria per apprezzare il libro in tutte le sue sfumature. La storia racconta la trama del thriller ma è anche l’occasione per l’autore di  parlare delle condizioni di vita dei protagonisti, persone normali che vivono a Reykjavik, tra difficoltà ambientali e climatiche ma anche in condizioni sociali non proprio invidiabili, almeno per noi mediterranei. Il thriller è ben costruito, complesso, con sempre nuove figure che compaiono nel racconto, che rendono la storia sempre più complessa e apparentemente senza soluzione. Come spesso accade l’indagine e il crimine sono la base su cui raccontare la vita degli islandesi, quando alcool e solitudine sono le armi disponibili per rendere apparentemente forti persone fragili e dove una certa freddezza nei rapporti umani rende le vite malinconiche e vissute generalmente senza passioni. Lo stile di Arnaldur Indridason qualche volta si lascia andare ad una certa lentezza, ma è preciso e lineare, porta il lettore verso la soluzione senza grossi scossoni che sono più congeniali ad altre ambientazioni. Il fascino dei luoghi e una certa rassegnazione dei protagonisti caratterizza il libro che analizza in modo distaccato e senza alcun pudore i limiti ed i difetti della società islandese. Un libro affascinante ed originale, che mette insieme storie criminali, storie d’amore interrotte tragicamente, solitudine e caparbietà umana. C’è di tutto in questo libro, tranne l’umorismo. Ma non se ne sente la mancanza e la necessità.

Possiamo salvare il mondo prima di cena

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Titolo: Possiamo salvare il mondo prima di cena

Autore: Jonathan Safran Foer

Editore: Guanda

Traduzione: Irene Abigail Piccinini

Questo libro non è un romanzo anche se racconta qualche aneddoto della famiglia di Jonathan o qualche fatto storico rilevante per le tesi portate avanti dall’autore. Non è un saggio scientifico, non ne ha le caratteristiche e le intenzioni. E’ il tentativo di fare qualcosa per salvare l’ambiente individuando i cambiamenti nei comportamenti, individuali e collettivi, che potrebbero dare un contributo decisivo per le sorti della terra. Foer è uno scrittore e cerca di contribuire alla causa facendo quello che gli riesce meglio ovvero scrivere, raccontare delle storie che possano influire sui comportamenti delle persone. Foer è consapevole del fatto che non è facile trattare i temi ambientali scrivendo belle storie che possano colpire le persone al punto di convincerle ad adottare comportamenti diversi ed utili a migliorare la condizione del pianeta. Foer individua negli allevamenti intensivi di animali per l’alimentazione umana uno dei principali problemi della terra e cerca di convincerci che passare ad una dieta vegana sia un grande vantaggio sia per la nostra salute che per quella della terra. Foer crede che la carenza di buone storie sia uno dei motivi del disinteresse della maggior parte delle persone verso i temi ambientali però non coglie l’occasione del libro che ha scritto per creare queste buone storie. Il libro non colpisce, non emoziona, non contiene un solo argomento nuovo e di grande presa sui lettori. Non ci sono dati scientifici inequivocabili, le ricette non convincono, soprattutto perché l’autore cerca di trovare comportamenti individuali virtuosi che possano portare a grandi cambiamenti nei comportamenti collettivi. Non credo che cambiare dieta possa salvare il pianeta. Sembrano tesi improvvisate, troppo semplicistiche e poco convincenti. Personalmente sono convinto della gravità della situazione ma è compito della scienza e della politica la ricerca delle soluzioni. I singoli possono fare poco. Gli scrittori possono fare molto per la causa ambientale ma anche loro devono impegnarsi parecchio. Non ci sono scorciatoie per nessuno.

 

Morte di uno scrittore

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Titolo: Morte di uno scrittore

Autore: Hakan Nesser

Editore: Guanda

Il famoso scrittore Germund Rein muore in circostanze misteriose, probabilmente suicida, ma il cadavere non viene ritrovato e molte domande restano senza risposta. David Moerk è il traduttore di tutti i libri di Rein e tramite il suo editore entra in possesso del manoscritto dell’ultimo libro di Rein, che per espressa volontà dell’autore, deve essere pubblicato non in lingua originale e Moerk dovrà essere il traduttore.

Oltre a David Moerk e Germund Rein, lo scrittore scomparso, il libro ha per protagonista Ewa, la ex moglie di Moerk, sparita dopo la separazione dal marito, avvenuta in circostanze drammatiche.

Moerk sarà impegnato nella ricerca della sua ex moglie e nella traduzione del libro che presto diventerà una specie di indagine per scoprire le vere circostanze della morte dello scrittore. Moerk troverà degli indizi che lo porteranno dove non avrebbe mai immaginato.

La storia procede in modo lineare, senza colpi di scena o avventure mirabolanti, quasi con lentezza, senza fretta, seguendo lo stile lavorativo di Moerk, un persona a cui piace lavorare con comodo, seguendo i suoi ritmi, dividendo equamente il tempo tra il lavoro, le ricerche della moglie e le bevute al bar, complemento indispensabile per tirarsi su e non subire troppo la vita solitaria che si è imposto dopo la separazione dalla moglie.

Lo stile di Nesser è molto chiaro ed elegante, descrive in modo semplice ma efficace le vicende, coinvolgendo il lettore senza ricorrere ad una trama fitta ed incalzante, ma con una scrittura che dosa sapientemente le vicende senza concendere indizi, per arrivare ad una conclusione del racconto del tutto inaspettata.

Il gioco della trama è proprio quello di confondere il lettore e fargli credere il contrario di quello che è in realtà.

Solo alla fine del libro il lettore scoprirà cose è vero e cosa è falso, rimanendo stupito per non aver percepito minimamente l’epilogo della storia. Il libro è scritto in prima persona con Moerk come narratore. Questa scelta dà molta forza al racconto e facilita il compito che si è dato l’autore di portare il lettore dove vuole.

La Svezia ancora una volta stupisce per la qualità dei suoi scrittori e per la loro capacità di produrre thriller di ottimo livello con una sorprendente continuità.

Dove mi trovo

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Titolo: Dove mi trovo

Autore: Jhumpa Lahiri

Editore: Guanda

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di origine indiana, nata a Londra, vissuta a New York e poi a Roma. Vincitrice del premio Pulitzer nel 2000, è a tutti gli effetti una scrittrice americana. Ha studiato l’italiano ed ora scrive in italiano. La cosa è sorprendente date le difficoltà che avrà incontrato l’autrice per conoscere la nostra lingua così bene da decidere di usarla per scrivere un libro. Il giudizio su “Dove mi trovo” non può non essere condizionato dalla grande determinazione e volontà che l’autrice ha dovuto trovare per riuscire nel suo intento. Inoltre non può che fare piacere da italiano scoprire che la nostra lingua piaccia così tanto ad una scrittrice affermata in tutto il mondo.

Il libro non si può definire un romanzo, piuttosto una specie di diario in cui l’autrice, in 46 capitoli o piuttosto sarebbe meglio definirli mini-racconti, riporta i suoi stati d’animo ed i suoi pensieri durante le giornate. Le storie sono ambientate in una città sconosciuta (anche se non è difficile immaginare che si tratta di Roma), con protagonista una persona il cui nome non è svelato nel libro. Il filo conduttore del libro è la solitudine della protagonista, che racconta le sue attività quotidiane, i suoi incontri, il quasi amore platonico con un uomo che incontra di solito al supermercato, i dialoghi delle persone ascoltati senza volere, le sensazioni che prova camminando nel quartiere in cui vive, le preoccupazioni per la salute dei genitori, il rimorso per non fare tutto quello che forse dovrebbe fare per loro, la presenza nei suoi pensieri della madre. Brevi racconti in cui si parla di relazioni tra le persone, pensieri, sentimenti e sensazioni. Il tutto scritto e raccontato con semplicità e con una sensibilità che non è comune in noi italiani e che forse l’autrice ha ereditato dai genitori indiani.

La ragazza della nave


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Titolo: La ragazza della nave

Autore: Arnaldur Indridason

Editore: Guanda

Bella copertina con una giovane donna di spalle con un paesaggio tipicamente nordico come sfondo.

Il libro “La ragazza della nave” si presenta molto bene ed attira l’attenzione per la grafica originale della copertina che utilizza una foto dai bordi sbiaditi, intrigante anche se un pò triste.

La storia di svolge in due diversi periodi, due storie parallele che si intrecciano, la narrazione si alterna in modo da accentuare la tensione concedendo al lettore piccoli indizi a mano a mano che la trama procede, senza grossi colpi di scena ma con un progressivo incedere che cattura il lettore a poco a poco.

Nel 1940 la Scandinavia si trova in piena guerra mondiale e l’Islanda, pur essendo un paese neutrale, si trova a dover richiamare i suoi cittadini che si trovano all’estero per riportarli in patria. Viene organizzato un trasporto navale per mezzo dell’imbarcazione Esja, con partenza dal porto di Petsamo (il nome del porto di partenza della nave è anche il titolo originale del libro), in Finlandia, per effettuare il rimpatrio.

C’è molta gente sul molo di Petsamo tra cui una giovane infermiera che aspetta il suo fidanzato per imbarcarsi con lui e fare ritorno il Islanda. L’attesa è vana in quanto il fidanzato non si presenterà e la nave salperà senza il giovane. La fidanzata farà di tutto per avere notizie dell’amato e durante il viaggio, in modo inaspettato, scoprirà che è stato arrestato dai nazisti mentre si stava recando da Copenaghen a Patsamo.

Il viaggio sulla nave Esja sarà teatro di alcuni eventi che segneranno il destino di alcune persone in modo irreparabile.

Nel 1943 l’Islanda è occupata dalle truppe americane e la vita nella città di Reykjavik diventa difficile a causa della turbolenta convivenza tra civili e soldati. Un uomo con indosso una divisa militare viene ucciso e ritrovato sul retro di un locale malfrequentato. Pochi giorni dopo il cadavere di un uomo annegato viene ripescato dal mare. Il responsabile delle indagini è l’investigatore Flovent che insieme al suo aiutante Thorson cerca di trovare i responsabili delle due morti.

Le indagini si svolgono con difficoltà e arriveranno presto a trovare alcuni punti di contatto tra gli omicidi e alcuni episodi e personaggi collegati con il viaggio della nave Esja, avvenuto tre anni prima.

Il libro ha come sfondo la vita misera ai tempi della guerra, uno dei periodi peggiori della vita Islandese dei tempi moderni. Viene raccontata la vita della capitale Reykjavik, con locali malfamati frequentati dai soldati e meta di incontri con donne locali che per far fronte alla povertà si vendono per guadagnare pochi soldi anche con la speranza, vana, di trovare un principe azzurro che le possa portare in America dove trovare una vita migliore. La storia racconda di omicidi, violenze, tradimenti. Tutto esasperato dalle condizioni di povertà e di degrado dei rapporti umani che la guerra può generare.

Come spesso accade le peggiori violenze sono frutto di vendette che scaturiscono dalla gelosia.