Dieci piccoli indiani

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Titolo: Dieci piccoli indiani

Autore: Agatha Christie

Editore: Mondadori

Traduzione: Beata Della Frattina

Ho riletto Dieci piccoli indiani dopo tanti anni dalla prima volta. È il giallo che ha venduto più copie di sempre, è stato scritto ottant’anni fa ma non presenta neanche una ruga, catturando il lettore fin dalla prima pagina. La trama è arcinota e può essere riassunta in poche parole. Dieci persone che non si conoscono sono riunite in una sontuosa villa su una piccola isola, Nigger Island, per una vaganza gratuita di qualche giorno, ospiti di un fantomatico signor Owen. Appena riuniti, un disco su un grammofono acceso misteriosamente diffonde nella stanza una voce che accusa i dieci presenti di essere colpevoli di crimini rimasti impuniti. I dieci scoprono di essere prigionieri sull’isola, ogni via di fuga è impedita non essendoci barche per tornare sulla terraferma. Una poesia per bambini anticipa l’ordine con cui i presenti saranno uccisi. Non si salverà nessuno.

Il libro è scritto in modo diretto, gli omicidi avvengono in modo cruento, i dieci presenti sull’isola sono tutti colpevoli e faranno tutti la stessa fine. Uno scenario inquietante. Non c’è l’investigatore, colui che risolve il giallo. Manca il lieto fine. La ripetizione della poesia con la sequenza degli omicidi già programmata ricorda che la morte è la vera giustiziera e che nessuno potrà salvarci da lei. Una poesia macabra, ripetitiva e ossessionante. Un monito continuo per chi è colpevole. Un libro simbolico e pieno di riferimenti ad altre opere, un libro di difficile classificazione, tra l’horror, thriller e mistery. Un libro che fece scalpore all’epoca per la sua originalità, per la violenza e la mancanza della lotta del bene contro il male. Qui c’è solo il male, che vince perché non ha avversari. La storia funziona molto bene anche dopo tanti anni, intimorisce, sorprende ed affascina. Cosa deve fare di più un libro?

Senza campo

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Titolo: Senza campo

Autore: Garry Disher

Editore: Marcos Y Marcos

Traduzione: Silvia Mercurio

L’azione si svolge a Waterloo, vicino Sidney, Australia del Sud. Due balordi vengono ingaggiati per assassinare un uomo. La cosa parte male, arriva un poliziotto ma fortunatamente crede ad uno dei due balordi e si allontana. Avviene l’esecuzione, il cadavere viene sotterrato, ma sfortunatamente una sigaretta di troppo innesca un incendio e i due sicari muoiono nelle fiamme. L’incendio colpisce anche un laboratorio per la produzione di metanfetamine, tutti scappano e nessuno ci rimette la pelle. Nelle macerie viene ritrovato un vestito di una bambina di pochi anni, figlia di un noto tossico, anche lui sparito dopo l’incendio.

Così inizia Senza campo, un thriller ambientato nel mondo della produzione e dello spaccio nelle droghe sintetiche nelle periferie urbane australiane. Un mondo per noi inedito, perchè siamo abituati a credere che la vita in Australia sia per tutti bella e comoda, tanta natura e pochi problemi. Invece anche nel paese che a noi sembra un paradiso esistono persone che vivono ai margini della società, con evidenti disagi sociali, senza un lavoro stabile, consumatori di droga e spacciatori per necessità. Tante storie di povertà, economica e sociale, sullo sfondo paradisiaco del mare, delle spiagge e dei luoghi da sogno che la natura ha regalato all’Australia. Il libro ha il suo punto di forza nello stile dell’autore, scorrevole e brillante anche quando la storia si complica oltre misura. L’ambientazione contribuisce a dare un tocco esotico ed originale al racconto. Nessuna divagazione politica e psicologica, molti cambi di scena e alcune intromissioni nella vita privata degli investigatori, che risultano personaggi empatici pieni di umanità. Una lettura piacevole senza troppi pensieri.

Primo Maggio

Ho sempre considerato il primo maggio una festa per persone generose. Persone che sperano che tutti possano avere un lavoro dignitoso o che augurano a chi è disoccupato di trovare presto un lavoro. Imprenditori che svolgolo il loro ruolo nobilmente preoccupandosi delle condizioni di lavoro e della sicurezza dei propri dipendenti. Persone che possano far sentire in minoranza gli sfruttatori dei lavoratori in nero e di quelli sottopagati. Oggi più che mai è il momento di augurare e augurarci buon primo maggio. Che sia questo primo maggio 2020 il giorno di un nuovo inizio per tutta l’Italia. Dell’Italia che si riprende, che ricomincia meglio di prima perchè ha imparato la lezione, perchè d’ora in avanti diventi il paese delle persone serie e competenti. E’ una speranza. Ma almeno oggi è bello sperare.

Buon primo maggio a tutti.

Catturato M49

M49, ti sei fatto beccare. Con quel nome da agente segreto infiltrato non potevi che essere un genio della fuga. Ma ti sei distratto e la trappola tubo ti ha fregato. Ora sei rinchiuso, spero ti trattino bene. Colpevole di aver aggredito e fatto fuori qualche animale, saccheggiato qualche pollaio. Hai fatto ammattire tutti. Sei fuggito da un recinto invalicabile (a detta del progettista, ma tu l’hai valicato, quindi tanto invalicabile non doveva essere), era addirittura elettrificato, che neanche un carcere di massima sicurezza, ma forse non avevano acceso l’interruttore. Eri in una specie di prigione di sicurezza, ma sei riuscito ad evadere. Li hai sorpresi perché facevi decine di chilometri al giorno. Perché nonostante gli sforzi dei tuoi inseguitori, sei riuscito a far durare la tua latitanza quasi un anno. Ma eri braccato, inseguito da un esercito neanche fossi il peggiore dei criminali. Non avevi scampo. Noi uomini siamo fatti così. Forti contro i deboli. Inermi contro i forti. Sei considerato un pericolo pubblico, c’è qualcuno che dice che nella tua carriera di ribelle hai fatto danni incalcolabili. Neanche un terremoto produce danni incalcolabili. Neanche un’alluvione, neanche decenni di comportamenti scriteriati contro la natura fanno danni incalcolabili. Tutto è calcolabile. Ora ti hanno preso. Povero M49. Magari sei solo stanco e hai preferito finire la tua fuga di libertà in modo poco onorevole ma con l’aspettativa di una vita meno frenetica. Mi piace pensare che sia stato tu a decidere di andare in pensione. M49, un amante della libertà. M49, un mito. Migliore di molti di noi che diciamo di amare la libertà ma sprechiamo il nostro tempo incatenati.

Ninfee nere

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Titolo: Ninfee nere

Autore: Michel Bussi

Editore: e/o

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

Sto leggendo i libri di Michel Bussi in ordine sparso, senza seguire l’ordine cronologico di pubblicazione. Non so se questo libro sia il migliore che lo scrittore abbia pubblicato, ma tra quelli che ho letto fin qui, questo “Ninfee nere” è quello più sorprendente. Il libro è ambientato in Normandia, a Giverny, il paese dove il grande pittore Claude Monet ha vissuto e dipinto i suoi quadri, tra cui le sue famose e numerose Ninfee. Giverny oggi non è più il paesino incantato in cui era vissuto Monet, ma è diventato un luogo turistico per gli appassionati d’arte che vanno a visitare la casa–museo e i luoghi raffigurati nei dipinti dell’artista. In questo paesino tutto ruota attorno alla figura di Monet, che alimenta un business ormai divenuto unica fonte di sostentamento del paese. In questo contesto romantico e pacifico, un famoso medico, Jérôme Morval, viene assassinato in modo brutale. Nella tasca della giacca del medico viene trovata una cartolina con una frase di una poesia. A complicare il quadro investigativo, alla polizia viene recapitata una busta che contiene cinque fotografie, in ognuna delle quali il medico è immortalato in affettuosa compagnia di una donna diversa. La moglie del medico nega che il marito la potesse tradire e si rifiuta di credere che l’assassinio possa essere dovuto alla gelosia. L’indagine è affidata all’ispettore Laurenç Sérénac e il suo vice Sylvio Bènavides, due personaggi molto diversi tra loro, con idee opposte su come dirigere le indagini. Il libro fin dalle prime pagine mostra il suo carattere cupo e misterioso, quando la voce narrante di una donna anziana, ambigua e dura, ci introduce le protagoniste del romanzo, cioè la ragazzina Fanette, la maestra Stéphanie e lei stessa. È proprio la voce narrante a contribuire ad aumentare la tensione del racconto ed a fornire al lettore presagi inquietanti su quello che sta per accadere e che non può essere evitato.

Tutta la storia ha sullo sfondo i quadri dell’artista francese, la sua collezione di quadri di altri artisti di cui si favoleggia ma che non sono mai stati trovati, la ricerca di un misterioso quadro con le ninfee nere, che Monet avrebbe realizzato in punto di morte. Storie del passato che ritornano nel presente, false piste, indagini ondivaghe, nessuna prova, solo supposizioni. L’ispettore Sérénac si innamora perdutamente a prima vista di Stéphanie, che appare come donna bella e candida ma che nasconde qualche mistero di troppo insieme al poco diplomatico marito. Una storia avvincente, descrizioni dei luoghi dettagliate e realistiche che illudono il lettore di trovarsi proprio per le stradine di Giverny o di fronte al laghetto delle Ninfee di Monet. Una trama complessa e tortuosa, tanti elementi che non trovano una collocazione precisa, tanti indizi senza una prova, tutto circondato da una alea di mistero, in un paesino dove sembra che in tanti sappiano cosa è accaduto ma nessuno vuole parlare.  Un intrigo complesso, un ritmo incalzante, tanti riferimenti al mondo dei pittori e dell’arte, che arricchiscono ulteriormente una trama già di per sé avvincente e stimolante. Per tutto il libro il lettore viene trasportato dall’autore dove lui vuole, in una storia dove nulla è quello che sembra. Solo alla fine tutto si chiarisce e si svela il magnifico gioco dell’autore. Bellissima la copertina.

Un’area di tenebra

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Titolo: Un’area di tenebra

Autore: V.S. Naipaul

Editore: Adelphi

Traduzione: Franco Salvatorelli

V.S. Naipaul è stato premio Nobel per la letteratura nel 2001. Era nato a Trinidad nel 1932 da una famiglia indiana trapiantata nei Caraibi per lavorare nelle piantagioni, è scomparso nel 2018. “Un’area di tenebra” è stato completato nel 1964 e racconta il primo viaggio in India che l’autore fece tra il febbraio del 1962 e il febbraio del 1964. Fin dal primo impatto V.S. Naipaul ebbe un rapporto conflittuale con il paese di origine della sua famiglia, iniziato con un piccolo incidente burocratico, descritto nelle prime pagine del libro. L’opera, pur non essendo un saggio antropologico, fornisce un ritratto dell’India di quei tempi e soprattutto degli indiani approfondito e originale, sotto forma di resoconto di viaggio, in cui l’autore riporta le sue impressioni sulle caratteristiche caratteriali degli indiani e sui loro comportamenti. Naipaul racconta gli incontri avuti con le persone, le avventure e le molte disavventure, i paesaggi e la natura. Fornisce una sua interpretazione su come gli indiani siano riusciti a superare indenni il colonialismo inglese, cambiando solo esteriormente ma rimanendo sé stessi interiormente. Attribuisce la poca propensione degli indiani a comportarsi in modo competitivo al sistema delle caste, ufficialmente abolito oggi, ma all’epoca ancora in essere, che giudicava gli indiani in funzione delle attività svolte e non per il risultato ottenuto.

Una delle affermazioni più forti e controcorrente di Naipaul, spiegata dettagliatamente nell’opera, è la facilità con cui si possono leggere sull’India libri che raccontano una realtà che non c’è. Le descrizioni entusiaste di libri e guide turistiche che parlano dell’India come un luogo affascinante ed esotico, pervaso di misticismo e religione, non trovano riscontro con quello che il viaggiatore deve affrontare, ossia una realtà molto lontana da quella che può aver idealizzato leggendo prima di partire i Veda e le Upanishad, qualche libro di yoga o di autorealizzazione oppure ascoltando le idee di qualche santone famoso. È difficile trovare il collegamento tra tali libri e l’incomprensibile, disordinata, sporca e complessa realtà dell’India. Questo era vero nel 1962 ma lo è ancora oggi, anche se la situazione generale sta lentamente cambiando in meglio. Un libro scritto con chiarezza e lucidità, una voce critica ma non per questo poco obiettiva, che riserva al continente indiano pagine poetiche e appassionate. Il libro è rimasto attuale anche se sono passati oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione. L’India di oggi è un paese molto diverso rispetto a quello che Naipaul trovò nel 1962, molte cose sono cambiate e molte altre stanno cambiando velocemente, ma la natura degli indiani non cambia facilmente e non tiene conto di quello che succede all’esterno. Proprio come accadde con il colonialismo. Ma allora Naipaul aveva proprio ragione ?

25 aprile 2020

I giornali hanno parlato della festa del 25 aprile, quella tradizionale legata alla Liberazione ed alla Resistenza, così come hanno dedicato un omaggio alle vittime che il Corona Virus 19 ha fatto tra il personale medico, oltre 150 vittime solo in Italia. È giusto rendere omaggio a queste persone che con grande senso del dovere e di responsabilità hanno affrontato con coraggio la pandemia arrivando al massimo sacrificio per salvare gli ammalati. È doveroso rendere omaggio alle vittime, ai medici come gli ammalati che non c’è l’hanno fatta, così come è d’obbligo guardare al futuro e quindi programmare e progettare il nostro domani. È giusto non lasciarsi andare al pessimismo oppure farsi travolgere dalle difficoltà. Non è il momento di cercare colpevoli, anche se qualcuno dovrà in futuro fare luce sui troppi morti nelle case di assistenza per anziani, sulle troppe speculazioni sulle mascherine, ancora incredibilmente non disponibili, così come sulle carenze organizzative del sistema sanitario. È indubbio che ad oggi ci sono cose che preoccupano moltissimo e non ci danno la giusta serenità. I ritardi con cui si sta programmando la fase 2, la poca chiarezza su quali aiuti economici saranno realmente disponibili per chi ne ha bisogno, i troppi tavoli riuniti per decidere, la mancanza di una voce unica ed autorevole che dia la certezza ai cittadini di essere guidati verso il futuro in modo autorevole ed affidabile. Troppe incertezze e troppi timori si stanno accumulando. Se il Corona Virus forse fa meno paura, i timori per noi semplici cittadini crescono sempre più. Se è vero che dobbiamo crederci, ora abbiamo bisogno di un cambio di passo da parte dei nostri governanti. Basta retorica ed annunci ma più fatti e decisioni autorevoli.

L’ultimo uomo nella torre

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Titolo: L’ultimo uomo nella torre

Autore: Aravind Adiga

Editore: Einaudi

Traduzione: Norman Gobetti

Questo romanzo è stato pubblicato in Italia nel 2012, ricordo di averlo comprato appena uscito, ma era finito nel dimenticatoio delle librerie di casa. Solo oggi ho completato la sua lettura con colpevole ritardo. L’ultimo uomo nella torre racconta la storia di un condominio di Mumbai, inaugurato nel 1959, abitato da persone della media borghesia. All’epoca della costruzione era un palazzo moderno e di prestigio, abitato da persone pacifiche e rispettabili, un esempio di civile convivenza tra appartenenti alle religioni cattolica, indù e musulmana. Tra i condomini un professore, in pensione all’epoca dei fatti narrati dal libro, Yogesh A. Murthy soprannominato Masterji, rimasto vedovo da un anno, con una figlia morta da piccola per un incidente ferroviario ed un figlio che non vede mai sposato con una nuora che non sopporta il suocero. Dopo oltre cinquant’anni il condominio risente dell’età, avrebbe bisogno di manutenzioni che gli inquilini non possono permettersi. La storia ha inizio quando un importante immobiliarista di Mumbai decide di acquistare l’intero condominio per demolirlo e ricostruire al suo posto un complesso residenziale di lusso, riservato a famiglie molto ricche. Per poter fare questo, il costruttore deve avere il benestare ad acquistare dall’unanimità degli inquilini, anche un solo rifiuto renderebbe impossibile l’operazione, dato che la costruzione del condominio era avvenuta sotto forma di cooperativa. Quindi, per assicurarsi la totalità dei consensi, il costruttore, di nome Dharmen Shah, offre un prezzo di acquisto esorbitante, pari a due volte e mezzo il valore di mercato degli appartamenti. Una offerta irripetibile a cui gli inquilini non possono dire di no. Tutti accettano la proposta, tranne Masterji, l’ex professore, che si ritrova da solo a combattere la sua battaglia di libertà, la sua decisione di rinunciare ai soldi e restare a casa sua. La pacifica convivenza imposta dal vivere insieme, quindi dal rispetto delle regole, di fronte alla possibilità offerta dal denaro, trasforma i pacifici abitanti del condominio, in un gruppo violento e vendicativo, in cui anche il passato integerrimo dell’ex professore viene messo in dubbio e distrutto come vendetta per la sua opposizione alla vendita dell’appartamento.

Il libro racconta in modo molto realistico e con un lieve umorismo la condizione attuale della società indiana, in cui convivono sia antiche tradizioni che il consumismo sfrenato in stile occidentale, dove i soldi sono diventati la cosa più importante della vita. Una società che sta cambiando velocemente, con i soldi che girano ad una velocità sempre più vorticosa, dove diventare ricchi è più importante di diventare rispettabili, gli antichi valori sono messi in discussione per riuscire a guadagnare più soldi possibile senza preoccuparsi di altro. I nuovi e bellissimi edifici, simbolo della modernità del paese, sono costruiti da operai pagati pochissimo, sfruttati come schiavi, a contatto con materiali pericolosi con grave danno per la loro salute, senza che nessuno se ne preoccupi. Mentre si abbattono le vecchie case per costruire prestigiosi palazzi, non si fa nulla per ridurre l’inquinamento e migliorare la condizione dei quartieri del ceto medio o delle baraccopoli che sempre più spesso sono sloggiate per fare posto ai nuovi edifici. Anche l’esasperante burocrazia tipica indiana diventa un modo per alimentare la corruzione e quindi permettere solo ai ricchi e potenti di continuare a fare i loro affari senza troppi ostacoli. Il libro descrive una situazione paradossale ma non impossibile, usando una scrittura elegante e gentile anche quando racconta fatti crudeli, riuscendo a cogliere molto bene molti dettagli tipici degli indiani e della vita che conducono, con grande sensibilità e completezza. Un viaggio originale e realistico nell’India attuale, un libro affascinante che mostra cosa possono diventare le persone quando si perde il senso dell’umanità.

La colonna di fuoco

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Titolo: La colonna di fuoco

Autore: Ken Follett

Editore: Mondadori

Traduzione: Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli

La colonna di fuoco è il terzo volume della saga che Ken Follett ha dedicato alla città di Kingsbridge, luogo immaginario dell’Inghilterra. Questo volume è ambientato tra il 1558 e il 1620. Le vicende storiche dell’epoca sono quelle delle lotte tra i cristiani fedeli alla Chiesa Cattolica e i protestanti e le relative ricadute sulla monarchia inglese e quella francese. L’azione si svolge tra Inghilterra, Francia, Spagna e Paesi Bassi, rendendo il racconto vario e interessante per l’ampiezza geografica dell’ambientazione e le differenti conseguenze degli stessi fatti storici nei diversi Stati. Anche questo volume, come i due precedenti, colpisce per il gran numero di pagine che conferiscono alla trilogia di Kingsbridge una dimensione “monumentale”, oltre che per il gran numero di personaggi e di storie parallele che finiscono per incontrarsi nell’epilogo del libro che avviene proprio a Kingsbridge. In questo volume il filo conduttore della storia è rappresentato dalla storia d’amore tra due giovani di Kingsbridge, Ned Willard protestante e Margery Fitzgerald cattolica. I due non riescono a coronare il loro sogno d’amore  per via del volere del padre di lei che ha promesso la figlia ad un rampollo di una ricca famiglia cattolica. Margery non ama il suo promesso sposo ma deve rinunciare al suo amato Ned per seguire il volere paterno.

Il libro è un grande spaccato della vita sociale dell’epoca, con ampie descrizioni delle condizioni di vita, delle usanze e dei crescenti cambiamenti sociali in corso. In quegli anni il fenomeno più importante in Europa fu la nascita della religione protestante e la crudele e sanguinaria opposizione della Chiesa Cattolica e dei suoi sostenitori. La guerra religiosa era usata come pretesto per lotte di potere e rese dei conti di ogni tipo. In nome della religione ogni cattolico era diventato una spia e doveva denunciare gli eretici protestanti senza esitazione, anche se fossero familiari, amici e concittadini. Forte il riferimento del titolo alle fiamme dei roghi con cui venivano condannati gli eretici e la facilità con cui si veniva condannati. Nel libro ha un ruolo centrale la nascita del primo servizio segreto britannico “al servizio di sua Maestà”, con il giovane Ned Willard spia infiltrata sul campo a difesa della regina Elisabetta. Spie, tradimenti, controspionaggi, intrighi e raggiri, c’è di tutto in questo volume con una trama che si sviluppa quasi come una spy story dei giorni nostri. Intatti i punti di forza dei volumi precedenti ma in questo libro le lotte religiose e le operazioni di spionaggio danno alla trama una effervescenza maggiore rispetto ai volumi precedenti. Il libro è un evidente richiamo all’importanza della libertà religiosa ed una critica a chi usa la religione per accrescere il proprio potere o per vendette e rivalse. I volumi della saga di Kingsbridge sono tutti romanzi storici, ma se nei primi due gli eventi della storia vera erano solo lo sfondo per le avventure dei protagonisti, questo volume vede alcuni personaggi storici tra i protagonisti attivi della trama, uno per tutti Elisabetta Tudor Regina d’Inghilterra. In questo modo la storia ha acquisito di importanza e realismo. Un libro imponente e coinvolgente, degna chiusura della trilogia di Kingsbridge.

L’evangelizzatore

l'evangelizzatore

Titolo: L’evangelizzatore

Autore: Marcello Rodi

Editore: Campi di parole

New York è la città che non dorme mai. Anche assassini e terroristi sono sempre attivi. Negli ultimi tempi c’è un killer che sta ammazzando le sue vittime con modalità sempre diverse scegliendole tra persone senza apparenti legami tra loro. La polizia non riesce a dare una direzione alle indagini a cui si unisce anche l’FBI con la sua organizzazione. Ma le vittime aumentano e gli investigatori brancolano nel buio. L’evangelizzatore, così è chiamato il killer dagli investigatori, sta seminando il panico, ma non è il solo a delinquere a New York. Una organizzazione terroristica sta pianificando un attentato spettacolare di grandi proporzioni per provocare un nuovo undici di settembre. Un gruppo antiterrorismo torna in azione, con il nome di Sentinel, per cercare di scoprire i mandanti e gli esecutori dell’attentato.

Un libro che è un thriller adrenalinico che descrive nel dettaglio come operano le menti criminali e le organizzazioni che le combattono. Una lotta tra buoni e cattivi sostenuta da strumenti ed apparati tecnologici di ogni tipo ma è soprattutto grazie alle attuali tecnologie informatiche che sono possibili avventure come quelle descritte in questo libro. L’autore ha una diretta esperienza del funzionamento degli apparati militari e dei servizi segreti oltre che degli strumenti informatici e questa conoscenza diretta si percepisce dalla lettura del libro, ricco di riferimenti tecnologici spiegati con semplicità e chiarezza. Un intreccio che unisce omicidi in America con la mafia siciliana, con i narco trafficanti sudamericani, con il terrorismo medio orientale e con un ex terrorista ossessionato dalla religione. Una specie di globalizzazione del terrore, dove tutti aiutano tutti e nello stesso tempo combattono contro tutti. Un libro dal finale che lascia aperto qualche interrogativo di carattere morale ma che è perfettamente aderente alla logica di questa era, dove i principi etici sono messi da parte se c’è da decidere tra ciò che è giusto tra ciò che può essere utile.

L’eroe riluttante

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Titolo: L’eroe riluttante

Autore: Michael Dobbs

Editore: Fazi

Traduzione: Giuseppe Marano

L’eroe riluttante è un thriller a sfondo politico che vede impegnato Harry Jones in una missione impossibile per salvare la vita del suo amico Zac Kravic che si trova prigioniero in un carcere del Ta’argistan, una ex repubblica al confine tra la Russia, la Cina e l’Afghanistan. Harry riesce a sfruttare la sua carica di parlamentare inglese per aggregarsi ad una delegazione di deputati in partenza proprio per il Ta’argistan. Del gruppo fa parte Martha Riley, una donna coraggiosa molto legata ad Harry che insieme a lui studia il piano per introdursi nella prigione e tentare di liberare Zac. Il tentativo riuscirà a metà. Zac sarà liberato ma Harry rimarrà nella cella che era stata di Zac. Harry sembra spacciato ma è un uomo dalle mille risorse.

Questo libro è un classico romanzo di spionaggio, con una trama appassionante piena di riferimenti alla attuale situazione geopolitica mondiale. Una avventura in uno stato nato dalla disgregazione della ex Unione Sovietica gestito da pochi potenti ex oligarchi sovietici, molto attratti dai soldi e capaci di ogni crudeltà pur di mantenere il potere. Uno stato dove è facile mescolare interessi pubblici con interessi economici di gruppi privati in cui si possono inserire anche personaggi politici con molto spirito di iniziativa. Le ex repubbliche russe sono terreno ideale per giochi politici e avventure finanziarie lecite e meno lecite. La trama è ambientata a Londra e nel Ta’argistan, uno stato asiatico inventato dall’autore per questo libro. In questo Stato nulla è certo, a partire dal numero ufficiale di abitanti, appositamente gonfiato per avere vantaggi sugli aiuti umanitari. E’ un paese di montagna, inospitale, freddo e usato come discarica nucleare da Stati di tutto il mondo. La capitale Aškek è una città tutto cemento, fredda e poco accogliente. Lo stesso autore ha indicato che ha usato il Kirghizistan come riferimento fisico mentre come posizione geografica potrebbe essere quella del Kazakistan o del Turkmenistan. Aree molto calde per le condizioni politiche e sociali e molto instabili al punto che potrebbero scoppiare rivolte in qualsiasi momento.

Harry Jones è un personaggio straordinario che vive avventure in cui gli intrighi politici ad alto livello si intrecciano con il mondo dell’intelligence militare e che spesso si scontra con gruppi di potere che non hanno piacere di averlo tra i piedi, per il suo grande senso di appartenenza alla propria nazione, per la sua indole di uomo d’onore, con un grande rispetto per l’amicizia, al punto di rischiare la sua vita pur di salvarla al suo amico Zac. Trama articolata e ben strutturata, con momenti di grande tensione. Il personaggio di Harry è affiancato a quello di Martha che con il suo coraggio e sfrontatezza contribuisce non poco al fascino della storia. In questo romanzo Harry è un protagonista forte e coraggioso, con un grande senso dell’etica anche se la perdita della moglie lo ha reso malinconico e più consapevole del tempo che è passato. Un thriller coinvolgente ed emozionante con molti spunti di interesse, che rende l’idea di quali e quanti interessi ci siano dietro le relazioni diplomatiche ufficiali e di come spesso la politica, ovunque nel mondo, sia un gioco che si svolge in una arena dove non rispettare le regole è molto facile e quando non si rispettano le regole tutto è consentito.

Mondo senza fine

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Titolo: Mondo senza fine

Autore: Ken Follett

Editore: Mondadori

Mondo senza fine è il secondo volume della trilogia medioevale che Ken Follett ha dedicato alla cittadina di Kingsbridge. Questo libro racconta il periodo compreso tra il novembre del 1327 ed il novembre del 1361. Le vicende storiche fanno da sfondo alle storie personali di tanti personaggi che ruotano attorno alla città di Kingsbridge, al priorato, alla cattedrale in perenne costruzione, ricostruzione e ampliamento. Questo volume ha i pregi del primo, I pilastri della terra, tanti personaggi di diversa estrazione sociale, molti dettagli sui costumi dell’epoca, sul cibo, i commerci e le attività urbane, sulle caratteristiche delle città, delle strade e dei sistemi di trasporto. Il racconto evidenzia le tante sopraffazioni che i nobili compivano sui sudditi, le grandi ingiustizie sociali che erano la normalità all’epoca del sistema feudale. Ma le cose stavano cambiando, i commercianti lavoravano duramente ed accumulavano fortune ingenti e cominciava a montare la rabbia del popolo contro i nobili, incapaci di sfruttare le ricchezze che possedevano impegnati solo a fare intrallazzi e ruberie, senza preoccuparsi delle condizioni dei sudditi. Si intravedeva una possibile evoluzione sociale per i più poveri, con la nobiltà sempre più incapace di essere al passo dei tempi, arroccata a difendere privilegi sempre più insopportabili per la popolazione, contrapposta alle classi commerciali, ricche, intraprendenti e più solidali con il popolo. Le solite lotte per il potere tra la nobiltà vicina alla corona e la chiesa alimentavano le grandi guerre del periodo e davano origine a grandi soprusi e colpi bassi di ogni tipo in occasione di nomine e attribuzione di cariche pubbliche. Quello che rende straordinariamente attuale il libro è la seconda parte che racconta l’arrivo della peste nera in Inghilterra, dello scontro tra la medicina ufficiale legata alla chiesa e quella laica, più legata alle conoscenze degli egizi quindi dei miscredenti musulmani. Gli scontri tra diverse fazioni sono del tutto analoghi a quanto sta accadendo in questi giorni del 2020. La peste nera come il nostro Corona Virus. Nel racconto di Follett, all’epoca c’erano le fazioni decise a chiudere le città per evitare la diffusione del contagio e quelle invece che volevano che tutto rimanesse aperto e funzionante per non fermare il commercio e le attività contadine. C’erano i favorevoli all’uso delle mascherine a protezione delle vie respiratorie e quelli che sostenevano che bisognava solo pregare per sconfiggere la malattia. Esempi di modernismo nell’epoca medioevale e visioni medioevali in epoca attuale. Il libro si legge piacevolmente a dispetto della lunghezza che supera le 1300 pagine, esattamente come I pilastri della terra ma il tutto è leggermente meno brillante, non c’è l’effetto sorpresa del primo libro, alcune vicende sembrano ripetizioni di cose già lette, alcune descrizioni appaiono inutilmente lunghe e dettagliate, quasi che l’obiettivo fosse quello di creare un volume di grandi dimensioni per stupire. Sempre interessanti le parti dedicate alla tecnica delle costruzioni degli edifici, delle cattedrali e dei ponti, divenuti elemento fondamentale per incrementare i traffici commerciali. Più imponente del primo volume, meno sorprendente, comunque sempre interessante.

Le memorie segrete dell’avvocato Raniero Bellini

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Titolo: Le memorie segrete dell’avvocato Raniero Bellini

Autore: Paolo Carlo Borgonovo

Editore: Io

Piero Bellini è un giovane architetto. Sposato da poco, vive a Como. L’attività professionale stenta a decollare, le spese sono tante, lui non vuole deludere la giovane moglie, tra i due qualche preoccupazione di troppo. Ad accentuare il disagio di Piero ci sono dei disturbi, delle visioni, degli incubi, che lo turbano sempre più frequentemente. Piero è figlio dell’avvocato Raniero Bellini, un facoltoso professionista che vive in una villa da sogno in Svizzera. Piero non ha buoni rapporti con il padre, non si vedono quasi mai e Piero lo ha sempre considerato una persona incapace di manifestare affetto. La madre morì quando diede alla luce Piero. Ora l’avvocato Raniero è malato, un male incurabile, una malattia degenerativa che lo sta portando via sia fisicamente che mentalmente, ormai le fasi di lucidità sono rare mentre più frequenti sono i periodi in cui la mente vaga lontano. Una telefonata avverte Piero che le condizioni di salute del padre sono improvvisamente peggiorate. Piero parte immediatamente per la Svizzera per accertarsi delle condizioni del padre. La moglie lo accompagna. Quando i due arrivano alla villa in Svizzera trovano il padre migliorato, la donna che lo accudisce dice che si è ripreso, anche il medico curante tranquillizza Pietro sulle condizioni del padre. L’avvocato Raniero scambia qualche parola con il figlio, lo tranquillizza, lo invita a non rimanere nella villa, di non preoccuparsi per lui, che si sente al sicuro con la badante ed il medico. Piero e la moglie si convincono a tornare a casa, con tanti pensieri per la testa, tutti concentrati sulle condizioni del padre. Passa qualche giorno e Piero riceve una telefonata che non avrebbe mai voluto ricevere. Suo padre è morto. Ma non è stata la malattia ad ucciderlo, si è sparato un colpo di pistola. Piero parte immediatamente per la Svizzera, chiede alla moglie di non seguirlo, di rimanere a Como, di non lasciare il suo lavoro e di farlo andare da solo. Ritorna alla villa dove ha trascorso la sua infanzia prima di andare in collegio, non riesce a spiegare il suicidio del padre, tanti dubbi gli passano per la testa. Non ha alcuna idea di quello che scoprirà sul passato del padre e dei guai a cui sta andando incontro.

Una storia intrigante fin dalle prime pagine, un uomo di cui non si conoscono le origini dei suoi ingenti guadagni, un padre che non si è mai voluto far conoscere veramente dal figlio. Una storia che attrae fin dal titolo e che pagina dopo pagina diventa sempre più sconvolgente, inimmaginabile. Una trama tessuta con ingegno e fantasia macabra, un viaggio verso il profondo della psiche di persone insospettabili che possono arrivare a livelli di crudeltà impensabili anche per i peggiori criminali. Un impeccabile professionista, giovane, ambizioso, disposto per soldi a fare qualsiasi cosa. Una sequenza di eventi travolgente, una scrittura diretta, fin troppo esplicita. Il denaro porta l’uomo a credere che possederlo vuol dire poter fare quello che si vuole, comprare quello che vuole, anche la vita degli altri. Un finale assolutamente imprevedibile. Se vi piacciono le storie forti questo libro fa per voi.

Luis Sepulveda

Addio Luis. Sei stato un grande scrittore e un uomo coraggioso. Ci hai commosso con le tue storie. Hai avvicinato tanti bambini alla letteratura con la meraviglia della Gabbianella. Io non dimenticherò mai Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. La vita è ingiusta, sei andato via troppo presto. Grazie per quello che hai fatto. Riposa in pace.

Nel caffè della gioventù perduta

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Titolo: Nel caffè della gioventù perduta

Autore: Patrick Modiano

Editore: Einaudi

Traduzione: Irene Babboni

Nel caffè della gioventù perduta è un romanzo del premio Nobel per la letteratura del 2014 Patrick Modiano. Non c’è una vera e propria trama, ci sono quattro voci narranti che si susseguono e raccontano, ognuna dal proprio punto di vista, la vita di Jacqueline o Louki, come era chiamata tra coloro che frequentavano il caffè Condé. Nel quartiere Latino di Parigi il caffè Condé era un luogo quasi magico dove Louki amava passare il tempo senza che nessuno sapesse realmente chi fosse. Jacqueline era una ragazza solitaria, enigmatica, che viveva vite parallele che non avevano nessun punto di contatto tra loro, una personalità fragile che riusciva ad essere sé stessa solo quando si trovava nella condizione di non essere riconosciuta dalle persone con cui si trovava. Era una donna affascinante, che colpiva gli uomini fin dal primo sguardo, tutti la notavano senza poter fare a meno di ammirarla. Sono passati degli anni e Louki è introvabile. Qualcuno si mette alla sua ricerca, il caffè Condé ha chiuso i battenti, al suo posto un negozio di lusso. La vicenda è una specie di noir sentimentale, con la vita della protagonista indagata prima da un suo ex fidanzato, poi da un investigatore, da lei stessa e dal suo giovane amante. Si scopre un matrimonio non riuscito, una crisi di identità, la voglia di sparire e di essere una persona diversa, fino alla caduta nel male di vivere. Un libro dall’ambientazione affascinante nei caratteristici caffè e nei locali parigini, tipici ritrovi di artisti veri, presunti o falliti oppure di giovani in attesa del proprio destino. Ritrovi dove le persone possono trascorrere la propria vita senza doverne rendere conto a nessuno. Il racconto esprime le difficoltà che le persone hanno nel conoscere veramente gli altri, di quanto sia difficile per donne e uomini trovare la propria strada ed evitare di essere travolti dalla corrente della vita. Un libro scritto con un linguaggio scarno, essenziale, diretto, senza fronzoli, malinconico, ma nello stesso tempo coinvolgente, nella romantica e unica atmosfera parigina. Un libro triste, intenso e drammatico. Quello che si è perso non può essere rivissuto.