L’animale che mi porto dentro

index

Titolo: L’animale che mi porto dentro

Autore: Francesco Piccolo

Editore: Einaudi

Francesco Piccolo è uno scrittore con uno stile unico, ironico e divertente.

Il suo ultimo libro “L’animale che mi porto dentro” è una specie di autobiografia romanzata che inizia con il parlare di sé stesso e poi in realtà traccia un ritratto comune alla maggior parte degli uomini contemporanei.

La tesi principale del libro è quella che l’uomo è combattuto tra seguire la sua indole quindi comportarsi da “animale”, aggressivo e violento, oppure seguire la parte razionale e gentile quindi modificare il proprio comportamento facendosi guidare dai sentimenti.

La società impone agli uomini, fin da piccoli, comportamenti omogenei e uniformi, che prevedono azioni rabbiose e violente come fossero normali e che sono di conseguenza tollerate e giustificate. Piccolo ha sempre cercato di comprimere la parte “animale” per non seguire i comportamenti della maggioranza, per essere diverso dal padre, per trovare il suo modo di essere. Riuscendoci solo in parte. Soprattutto nelle relazioni con le donne gli riesce difficile comportarsi seguendo solo il lato sentimentale, senza riuscire ad evitare di comportarsi secondo quello che la maggior parte delle persone si aspetta, quindi assecondando il lato “animale”.

Il libro analizza in modo acuto i comportamenti degli uomini con riferimenti a libri, film e fumetti che hanno condizionato negli anni settanta la formazione di quel ragazzo meridionale che è stato Francesco Piccolo. Un libro che lascerà molti uomini a chiedersi se veramente sono come Piccolo ci descrive ed anche a constatare che almeno lui ha tentato di soffocare la sua indole cercando di far prevalere la parte sentimentale. Il modello che Piccolo ha preso come riferimento nel libro è Sandokan, il grande personaggio di Emilio Salgari. Sandokan il terribile guerriero, privo di paura, in grado di uccidere senza pietà nemici e bestie feroci, eppure capace anche di riconsiderare le cose quando scopre di amare e di essere amato. Marianna, la famosa Perla di Labuan, è attratta da entrambi gli aspetti della personalità di Sandokan, il suo lato animale e il suo lato sentimentale, ma quello che conta è che alla fine Sandokan deciderà di seguire il consiglio di Yanez, ossia di sposare Marianna andando a vivere con i suoi pirati. Non voleva essere più un animale, non riusciva ad essere un uomo sentimentale, ma poteva far convivere le due anime insieme.

Il libro non parla solo degli uomini o agli uomini, ma parla anche dei comportamenti femminili, di come anche le donne sono combattute tra istinto, rabbia e la razionalità del sentimento, riuscendo forse ad avere una marcia in più nell’affrontare gli uomini, non prendendoli in considerazione e ferendo in modo irreversibile il loro ego. Il libro è scritto con la solita prosa scorrevole e scanzonata di Piccolo ma ci sono considerazioni profonde e meditate. Piccolo affronta l’argomento con molto impegno riuscendo a sollevare un problema non ancora risolto ma molto importante nella società attuale che è quello delle relazioni tra uomini e donne.

Hypnerotomachia Poliphili

d1cff2076ea656d577d9d8681ed13557_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Titolo: Hypnerotomachia Poliphili

Autore: Francesco Colonna

Editore: Adelphi

Il post su “Il Cristo velato” e il Principe di San Severo mi ha riportato indietro di circa 15 anni, periodo in cui ero completamente preso dalla lettura di testi ermetici ed esoterici o legati ai grandi misteri del passato. Uno dei libri più straordinari in cui mi sono imbattuto è stato senza ombra di dubbio Hypnerotomachia Poliphili. Era appena uscita in libreria l’ultima edizione di Adelphi (era il 2004), quel doppio volume dalla copertina rossa e con quel titolo quasi impronunciabile, attirò subito la mia attenzione e lo acquistai senza indugio. La lettura avvenne dopo qualche mese, dovevo trovare la giusta ispirazione per affrontare un testo simile.

Il libro è attribuito a Francesco Colonna che era un frate domenicano, ordine che accoglieva personaggi poco tradizionali come Giordano Bruno e Tommaso Campanella ed aveva più di qualche collegamento con ambienti e culti esoterici. Il libro è stato scritto in italiano misto al latino tra il 1400 e il 1500 ed è una vera a propria opera d’arte, sia per il testo che per meravigliose centosettanta xilografie che sono inserite nel libro.

Il libro è un testo iniziatico e allegorico, la cui traduzione è “La battaglia d’amore in sogno di Polifilo”, composto da 38 capitoli. Il testo è un romanzo che racconta l’amore di Polifilo per Polia. Polifilo si addormenta e si ritrova in un bosco e seguendo un canto bellissimo inizia un viaggio verso l’amore e la conoscenza. Polifilo trova l’amata Polia dopo aver superato una serie di prove. Inutile cercare di riassumere la trama, troppo lunga, articolata e piena di allegorie, enigmi, misteri, miti. Un viaggio attraverso buona parte delle conoscenze della cultura occidentale dell’epoca, con qualche riferimento anche troppo libertino, trattandosi dell’opera di un frate. Il libro, pur nella sua complessità, è scritto in modo piacevole e coinvolgente per il lettore, che può seguire la storia grazie alle descrizioni dei luoghi e all’azione sempre descritta in modo chiaro. Un libro che nonostante sia stato scritto oltre 500 anni fà, rappresenta ancora un mistero anche per storici e studiosi della materia. Un libro che lascia intendere come a volte la creatività e l’immaginazione di alcuni artisti potrebbe essere stata ispirata da entità sconosciute o al di sopra del naturale.

Il Cristo Velato

Cristo-Velato

Nel recente post dedicato a “A chi appartiene la notte” ho ricordato che nella trama del libro si parla del “Cristo Velato”, una famosa scultura del 1753 realizzata da Giuseppe Sammartino e commissionata dal Principe di San Severo.

Raimondo di Sangro principe di SanSevero è stato un uomo dai molteplici talenti ed interessi che spaziarono dall’alchimia, esoterismo, letteratura, anatomia. Si interessò a molti diversi campi della scienza e delle arti, dalla chimica all’idrostatica, dalla tipografia alla meccanica. Ad oggi la sua principale eredità è la arcinota “Cappella di Sansevero”, il mausoleo di famiglia che comprende alcune opere straordinarie, tra cui il “Cristo Velato”.

La scultura mostra il corpo di Cristo sdraiato, privo di vita, coperto da un lenzuolo marmoreo finissimo. La statua ha dato origine ad alcune leggende riguardo l’origine del velo che dicevano fosse stato realizzato grazie ad una misteriosa tecnica alchemica di marmorizzazione del tessuto scoperta dal Principe di San Severo. A parte le leggende, la statua è una delle opere dell’uomo più stupefacenti per la bellezza e per le sensazioni che si provano guardandola.

Alcune delle più grandi sculture della storia dell’umanità, rappresentano la perfezione delle forme, una per tutte il David di Donatello. La Pietà di Michelangelo unisce la perfezione delle forme alla grande rappresentazione della sofferenza scolpita nel volto di Cristo e di Maria. Il Cristo velato unisce la perfezione delle forme alla espressione del dolore del volto di Cristo all’effetto straordinario che crea il velo che copre il corpo senza coprire nulla anzi, esaltandone le forme e nello stesso tempo dando l’impressione di un corpo che sta perdendo la sua consistenza materiale, quasi a poter percepire l’anima che sta per lasciare il corpo ormai senza vita.

La mano di Sammartino è stata guidata da Dio ? Sammartino ha voluto continuare l’opera di Dio ? Sammartino ha voluto dimostrare che l’uomo può creare cose straordinarie come se fosse Dio ?

Si può essere credenti o no, ma di fronte a certi capolavori non si può non pensare che certi uomini, oltre al talento ed all’applicazione, hanno avuto una ispirazione straordinaria la cui provenienza è quanto meno misteriosa.

Berta Isla

8602249_3195929

Titolo: Berta Isla

Autore: Javier Marias

Editore: Einaudi

Il libro si presenta come una spystory ma in realtà è la storia di un amore e di un matrimonio contrastato non dai sentimenti dei due protagonisti ma dalla vicende delle loro vite.

I protagonisti del romanzo sono Berta Isla e Tomas Nevinson, due studenti spagnoli che visono a Madrid.

I due si fidanzano da ragazzi, vivono da separati gli anni universitari, dato che lei studia a Madrid mentre lui studia ad Oxford. Al termine degli studi universitari, i due decidono di sposarsi, come è normale che sia per due giovani innamorati che si conoscono da sempre. Berta Isla è convinta di sapere tutto di suo marito mentre lui nasconde moltissimo della sua vita alla moglie, che non è messa al corrente del fatto che Tomas è stato ingaggiato dai servizi segreti inglesi, che è un agente sotto copertura e che opera in missioni segrete di cui lui non può divulgare alcun particolare a nessuno, nemmeno a sua moglie. Il matrimonio va avanti con le continue e prolungate assenze di lui, mentre Berta si ritrova a portare avanti il peso della famiglia e dei due figli, in completa solitudine, senza mai sapere la durata delle assenze del marito, nè poter comunicare con lui perchè per motivi di sicurezza non è possibile alcun tipo di contatto. La storia tra i due prosegue tra continue incomprensioni, i tentativi di Berta di conoscere le attività del marito che invece tiene fede agli obblighi sui è soggetto senza mai dire nulla alla moglie di quello che fà durante le sue missioni. Poi la trama prende una via drammatica con un finale che forse è la parte migliore del libro.

Berta è un donna coraggiosa, che vuole convincere il marito che la sua posizione non è corretta, che il suo comportamento non è giusto, che una moglie ha il diritto di sapere tutto del marito. Mentre lui, a dispetto del suo lavoro che implica coraggio, è un uomo debole, che non sà decidere, che si è ritrovato a fare l’agente segreto per una scelta che gli è stata imposta da altri e che lui non ha avuto il coraggio di rifiutare per evitare guai derivanti dal suo comportamento da uomo superficiale e poco attento. Guai che si riveleranno inesistenti, come verrà a sapere troppo tardi, quando ormai la sua vita era stata irrimediabilmente compromessa.

Due personalità opposte, due vite diverse, unite da un matrimonio sbagliato che durerà al di là delle aspettative solo grazie alla fermezza della donna, pronta ad accettare un marito di cui è innamorata ma di cui non conosce nulla della sua vita al di fuori del matrimonio, delle sue molteplici personalità, delle sue azioni misteriose.

Berta Isla è un libro sul coraggio delle donne, pronte a combattere per difendere i propri figli, per difendere le loro scelte, per rivendicare il diritto di conoscere cosa sta accadendo al proprio marito, anche contro i regolamenti, le leggi ed i comportamenti omertosi del mondo in cui agiva Tomas.

Sullo sfondo del racconto i servizi segreti, il loro modo di arruolare gli agenti, il loro funzionamento e le loro regole, per creare quasi un diversivo rispetto alla vera natura del libro.

Cosa vorresti fare da grande?

“Cosa vorresti fare da grande ?”

“Voglio fare l’ingegnere, quello che progetta le automobili”.

Avevo 5 anni, era il primo di ottobre del 1962, primo giorno di scuola elementare. Il preside in visita alla classe dei remigini mi fece la fatidica domanda ed io risposi senza la minima esitazione. Avevo già deciso il mio futuro.

I primi segnali pericolosi della insana passione per tutto ciò che avesse un motore a scoppio si erano manifestati intorno ai due anni.

Camminavo appena e un pomeriggio per strada mi allontanai da mia madre per avvicinarmi ad una motocicletta parcheggiata sul marciapiede. La toccai e lei mi cadde addosso, come una innamorata che cade ai piedi del suo principe azzurro. Io non mi feci nulla, la moto non so, mia madre a momenti ci lasciava le penne per lo spavento.

Avevo pochi anni ed andavo spesso a giocare in un piccolo parco, attraversato dai binari di una linea ferroviaria locale. Attendevo con trepidazione il passaggio della mitica “littorina”, uno dei pochi treni locali che passavano su quella linea ferroviaria che sarebbe stata dismessa pochi anni dopo. Quel miraggio tecnologico di colore marrone, che sfrecciava a pochi metri da me, era una visione estasiante, come fosse la cometa per i re magi o l’aurora boreale per i pochi abitanti dell’antartide.

A nove anni, comprai il mio primo numero della rivista “Motociclismo”, affascinato dalla prima vittoria nel mondiale della classe 500 di Giacomo Agostini. Quel caschetto tricolore, gli occhialoni, la tuta rigorosamente nera, erano per me come l’ armatura indossata da un eroico cavaliere medioevale, a bordo di quella moto dal nome nobile che solo a dirlo incuteva rispetto, MV Agusta. All’epoca non c’era la televisione che trasmetteva le gare, almeno non ne ho memoria. Vedevo le foto sui giornali e sognavo di diventare un giorno anch’io un pilota, un funambolo della moto. Ma consapevole dei miei limiti e del destino non proprio favorevole, mi ero preparato per tempo un piano di riserva. Qualora non avessi avuto le doti per diventare un pilota vincente, sarei diventato un progettista di moto, quindi un ingegnere. La convinzione sul mio destino era sempre più granitica. Rispetto alle prime affermazioni riguardo la mia scelta professionale, in quegli anni si fece forte, anzi fortissimo il convincimento di diventare ingenere meccanico. La specializzazione era importante. Avevo scoperto che gli ingegneri progettavano anche le case o i ponti, le ferrovie e gli impianti elettrici. Ma queste cose mi apparivano come banalità di cui non valesse neanche la pena di parlare. Per me esistevano solo i motori a scoppio, le moto e le auto. Ma non trascuravo neanche i camion ed i trattori.

Il passaggio sotto casa del camion della nettezza urbana scatenava un entusiamo simile alla littorina dei miei giochi all’aperto. Quando sentivo da lontano il rumore inconfondibile del camion che si avvicinava , correvo alla finestra e guardavo estasiato quel prodigio della tecnologia, grande, potente ed anche puzzolente. Osservavo con invidia gli spazzini che, in equilibrio precario sulle predelline posteriori, avevano il privilegio di lavorare e di utilizare quel fantastico mezzo. Quanche volta mi scappò anche di dire che da grande avrei voluto fare lo spazzino, per poter godere la vicinanza di una tale meraviglia della tecnica. Ma tale scelta cozzava con la decisione di diventare ingegnere meccanico, quindi fu presto abbandonata.

Tra i dieci ed i tredici anni andavo solo in bicicletta. Non che fossi un appassionato di pedalate, ma perchè era la cosa più simile ad una motocicletta che potessi condurre.

Il gioco del calcio non mi ha mai attratto. Non ho mai tifato per una squadra di calcio. Quando i miei amici mi chiedevano “di che squadra sei ?” io rispondevo tranquillo “di nessuna, non mi piace il calcio, seguo solo le corse di auto e moto”.

Verso i dodici anni la passione più grande della mia vita si palesò in modo definitivo. Il motocross, regina delle discipline motoristiche con le sue ancelle, ossia le moto da cross.

Conoscevo tutti i modelli di moto da cross in commercio in tutto il mondo e di ciascun modello tutte le caratteristiche tecniche. Passavo pomeriggi interi a fantasticare favolose avventure in sella ad una moto da cross, guidata in modo magistrale da me, capace di ogni virtuosismo, ogni acrobazia.

Quando arrivò il giorno in cui divenni proprietario di un motorino 50 da cross, non avevo mai guidato nulla a motore. Ero stato solo in bicicletta. Neanche un Ciao avevo mai guidato.

Ma appena fuori del concessionario, feci benzina, misi in moto e partii. Era uno dei pochissimo modelli in commercio a 5 marce. Ricordo ancora il suono metallico, cristallino, del motore a due tempi, l’odore della miscela bruciata, l’emozione della prima accelerata, del primo giro in moto della mia vita. Tornai a casa dopo tre ore. Avevo le dita della mano sinistra (quella della frizione) in preda ai crampi, il polso della mano destra indolenzito a causa dei nuovi movimenti a cui l’avevo costretto (ruotare la manopola del gas). Puzzavo di miscela, le scarpe erano troppo leggere e si erano rovinate a furia di cambiate. Ma ero felice, finalmente potevo guidare una moto. In poco tempo divenni veramente il funambolo che avevo sognato di essere, guidavo con maestria e capacità, il cross non aveva segreti. Furono tempi felici, a stretto contatto con quello che amavo e non mi chiesi più cosa volevo diventare da grande, almeno fino alla maturità. Non evavo tempo di pensare, dovevo andare in moto.

I miei genitori volevano che studiassi legge, speravano in un posto in banca, che mio padre mi avrebbe lasciato una volta andato in pensione. Dopo la maturità, per qualche settimana mi convinsi ad iscrivermi alla facoltà di legge. Avevo preso anche i bollettini postali, tutto stava andando secondo la volontà dei miei genitori. Poi tornai ad avere il controllo di me stesso. Mi iscrissi alla facoltà di ingeneria. A mia madre prese un colpo. A mio padre pure. Dicevano che era troppo difficile, che avrei dovuto studiare troppo, che non ero proprio stato uno studente esemplare al liceo e che forse era meglio una strada più semplice.

Ma io ero rimasto al mio proposito di bambino, quel fatidico 1 ottobre 1962, quando dissi che da grande sarei diventato ingegnere.

E ingegnere lo divenni realmente. Il 15 luglio del 1983 fui proclamato ingegnere meccanico, dal professore Carmelo Caputo, un luminare, uno dei più grandi professori di macchine che l’Italia abbia avuto. I suoi libri troneggiano ancora nella mia libreria.

I giorni immediatamente successivi alla laurea furono ovviamente euforici. Finalmente avevo finito la fase studentesca, ora dovevo trovare un lavoro.

A differenza dei miei colleghi neo laureati, cercavo un lavoro da ingegnere meccanico, possibilmente nel campo dei motori a combustione interna. Non volevo occuparmi di informatica, di strutture metalliche, ponti o elettronica. Io volevo lavorare con i motori. I mesi di settembre, ottobre e novembre passarono veloci, tra colloqui vari ma senza nessuna possibiltà concreta di essere assunto.

A dicembre feci il colloquio in una piccola società, che si occupava della progettazione e produzione di banchi prova motori. Il colloquio ebbe esito positivo e iniziai a lavorare. Ero diventato progettista di banchi prova motori. Il primo giorno di lavoro andai al centro tecnico della motorizzazione militare, dieci sale prova, piene di motori di carri armati, camion e mezzi militari di tutti i tipi.

Stavo realizzando il mio sogno. Stavo per intraprendere la professione di ingegnere meccanico. Stavo sempre in mezzo ai motori, progettavo gli impianti e i banchi che servivano a provarli, quindi li vedevo funzionare, sfumicare, perdere olio, acqua, gasolio. Ero nel mio mondo. Le esperienze di lavoro si moltiplicarono, stavo sempre fuori di casa, in cantiere o presso clienti. Giravo l’Italia senza mai stancarmi.

La storia professionale andò avanti, la carriera in qualche modo si indirizzò sempre nello stesso ambito. Poi ad un certo punto il cambiamento epocale. Inizia a lavorare per una ditta di Cento (provincia di Ferrara), sempre produttrice di banchi prova motori, ma questa volta ben inserita nel mondo motociclistico.

Iniziai a frequentare i reparti corse di Aprilia, Derbi, Ducati, KTM e via via tutti i principali costruttori di moto del mondo. Ero sempre più convinto della mia scelta professionale, della mia scelta di vita. Essere ingegnere meccanico, lavorare come ingegnere meccanico. Completamente preso dal lavoro che stavo facendo, dedicai tutti i giorni, tutti i week end, molte ore della notte, al lavoro, allo studio, all’apprendimento di tutti i segreti del mestiere, della tecnica, del funzionamento dei motori. Studiavo e ristudiavo i testi tecnici più importanti, imparavo a memoria tutte le formule, i metodi di calcolo, le nozioni che mi potessero consentire di essere il migliore nel fare il mio lavoro. Sempre e comunque ingegnere meccanico. Nel frattempo mi sono sposato, ho avuto due figli, tante soddisfazioni dalla famiglia, ma nulla ha scalfito la mia fede primordiale.

Dal 1 ottobre 1962 ad oggi, 5 agosto 2018. 56 anni dopo, 35 anni di vita professionale, da crociato dell’ingegneria, templare della meccanica, cataro della tecnologia. 35 anni dedicati a fare calcoli, disegni, progetti, a costruire e vendere banchi prova, condividendo con clienti, colleghi e collaboratori la passione per i motori, l’amore per la tecnica.

Nulla mi ha mai fatto cambiare idea. Lavoratore stakanovista, oltre 12 ore al giorno, tutti i giorni. Viaggiatore instancabile. 50 viaggi in India, 30 viaggi in Cina, 5 viaggi in Giappone, tre viaggi in Vietnam, Brasile, USA, centinaia di trasferte in Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Turchia, Algeria, Egitto ed Iran. Sempre sempre pronto a fare le valigie, mai stanco, sempre entusiasta.

Ogni tanto mi chiedo se ho fatto la scelta giusta.

Non cerco una risposta e non sono capace di valutare se la mia vita sarebbe stata migliore se avessi fatto qualcosa di diverso.

Ho dato retta al mio cuore e quello che ho fatto lo ho sempre fatto con la stessa passione. Questo per me è sufficiente per non avere rimpianti. Quel bambino è diventato ingegnere. Un sogno si è avverato. Quindi se ne potrebbero avverare anche altri. Per questo continuo a sognare.

 

Il giorno dei Lord

8672960_3253930

Titolo: Il giorno dei Lord

Autore: Michael Dobbs

Editore: Fazi

Il giorno dei Lord è il 5 novembre, quando ogni anno si svolge la cerimonia di apertura del parlamento inglese. In una stanza del palazzo di Westminster, si riuniscono le persone più importanti d’Inghilterra, quali la regina Elisabetta, il figlio Carlo, il primo ministro, giudici, uomini politici e leader di vario tipo. Ci sono anche giovani in rappresentanza delle future elite che governeranno il mondo, come il figlio del primo ministro inglese e il figlio del presidente degli Stati Uniti. Proprio quel fatidico 5 novembre il parlamento è invaso da un gruppo di terroristi di origine pakistana che prendono in ostaggio tutte le persone presenti per la grande cerimonia per vendicarsi delle sofferenze causate dalle guerre nelle loro terre scatenate dai paesi occidentali. Mentre fuori del parlamento ci sono mezzi militari aerei e di terra di ogni tipo, i terroristi sono riusciti ad entrare senza grossi sforzi, facendosi gioco sia dell’intelligence che dei vari reparti dell’esercito schierati. I terroristi hanno idee chiare, addestramento di alto livello, sono pronti ad uccidere tutti gli ostaggi ed a morire per la causa. Comincia un thriller che durerà 24 ore e che racconta uno dei peggiori scenari che le nazioni occidentali temono di dover fronteggiare dopo aver vissuto la tragedia dell’11 settembre 2001. Il rapimento viene ripreso dalle Tv e trasmesso in diretta in tutto il mondo. Il romanzo si sofferma molto poco su vicende che riguardano i rapitori, le loro storie e le motivazioni del gesto. Buona parte del romanzo è dedicato a raccontare storie che riguardano gli ostaggi o le autorità coinvolte nella gestione politica e militare del rapimento. Mentre il mondo si interroga su come sia stato possibile che un gruppo di terroristi sia potuto entrare nel luogo che quel giorno doveva essere il più sicuro al mondo, all’interno della sala gli ostaggi cercano ognuno con i propri mezzi, di trovare il coraggio per andare avanti e non cedere alla paura di morire. Fuori dal palazzo di Westminster, i politici cercano di risolvere la crisi, pensando più alle conseguenze personali delle varie azioni da intraprendere per la risoluzione della crisi che all’incolumità degli ostaggi.

I rapporti politici tra Usa ed Inghilterra vedono gli americani in posizione di netto dominio, con l’Inghilterra costretta ad un ruolo subalterno. Le forze armate e gli apparati di intelligence inglesi, di fronte all’enormità dell’evento, vengono messi alla berlina sia dai politici che dalla stessa regina Elisabetta, che più volte si lascia andare a commenti sarcastici e poco lusinghieri.

L’autore utilizza i dialoghi tra i protagonisti per esprimere le sue idee politiche e riesce a farlo in modo molto efficace. Alcuni esponenti politici sono mostrati in tutta la loro imbarazzante mediocrità, alcuni personaggi apparentemente futili si comporteranno inaspettatamente da eroi. Il romanzo procede senza momenti di pausa, con una tensione crescente, senza un attimo di tregua. Come ogni buon thriller, la storia si chiude solo alle ultimissime pagine, con un finale inprevedibile.

Il libro ha il merito di descrivere una vicenda violenta e terribile con molta credibilità, grazie anche alla presenza tra i protagonisti della regina Elisabetta e del figlio Carlo, personaggi sicuramente ben noti a tutti e di cui tutti conoscono le vicende personali a cui si fà riferimento nel libro.

Un romanzo ben riuscito che forse meritava un maggior sforzo nella creazione della copertina.

 

Scrittori Ingegneri

La passione per la lettura risale a molti anni fà. Più recente la passione per la scrittura.

Per convincermi che nulla è impossibile, sono andato a cercare esempi di ingegneri che hanno avuto successo come scrittori.

I più famosi sono senza dubbio:

  • Fyodor Dostoyevsky
  • Robert Musil
  • Carlo Emilio Gadda

Altri esempi italiani sono:

  • Andrea Barbato
  • Claudio Calabrese
  • Roberto Costantini
  • Luciano De Crescenzo
  • Patrik Fogli
  • Leonardo Sinisgalli
  • Roberto Vacca

Se la ricerca si estende ad altre specialità scientifiche, quali la chimica, l’elenco si arricchisce con:

  • Elias Canetti
  • Primo Levi
  • Marco Malvaldi

Niente male vero ?

 

Consigli per la lettura, non recensioni.

Quotidiani, settimanali, riviste specializzare, siti web, offrono tantissime recensioni di libri, scritte da professionisti colti e qualificati, persone con tutte le carte in regola per giudicare il lavoro degli autori.

Non ho l’ambizione di diventare un critico letterario, sono un semplice appassionato di libri, senza nessuna formazione umanistica, ho studiato ingegneria meccanica ed ho sempre lavorato nel settore industriale.

I miei post non sono recensioni, ma semplici consigli per la lettura, in cui l’unico criterio di giudizio è il mio gusto personale.

Acquisto libri di tutti i generi, con una certa predilezione per gialli e spy-story, che scelgo durante le lunghe visite alle librerie oppure in base alle informazioni disponibili sulla stampa o sul web.

Scriverò solo di libri che mi sono piaciuti, non ho titolo per stroncare il lavoro di nessuno.