L’autodichiarazione

Kafka-autocertificazione

Tra le tante cose ironiche reperibili in rete sulla ormai arci famosa Autodichiarazione che il Governo ha introdotto per tutti i cittadini che dovessero spostarsi in tempi di quarantena, ho trovato questa (ovviamente) finta copertina di un libro scritto da Franz Kafka che mi ha fatto sbellicare dalle risate. Pensare che proprio Kafka possa scrivere un libro del genere è un vero colpo di genio. Complimenti a chi ha pensato e pubblicato questa gag.

 

Corona Virus 19

Le dichiarazioni del numero uno della principale istituzione finanziaria europea, dicono dettate dalla prudenza, in realtà per salvaguardare i capienti forzieri della istituzione che dirige, hanno provocato un crollo delle borse del 10%. Di un bel tacer non fu mai scritto.

In una isola del Mare del Nord c’è chi si diverte a prendere in giro gli italiani per le misure prese dal governo, perchè così possiamo riposare ancora di più di quanto non facciamo di solito. Nella stessa isola il capo del governo ancora non si rende conto della situazione e non impone misure di sicurezza adeguate. Ma questi ancora non hanno capito che il mondo è cambiato?

Il capo della maggiore potenza mondiale, nonostante tutto, si comporta in base al suo tornaconto politico invece che per tutelare la salute dei suoi concittadini. Ognuno ha il presidente che si merita.

Da noi ancora mancano mascherine e disinfettanti per le mani. Le buone intenzioni si infrangono contro la dura realtà delle cose. C’è chi è stato fermato perchè andava a comprare il giornale in edicola con il motivo che il giornale non è essenziale, anche se i provvedimenti del Governo hanno mantenuto aperte le edicole proprio per l’importanza che hanno i quotidiani ed i giornali in genere. Ma chi deve fare applicare la legge forse non legge abbastanza. Ah l’Italia …

Siamo appena agli inizi di questa domiciliazione forzata. Ho più tempo per leggere i giornali. Sono preoccupato. Non solo per il Corona Virus 19, ma anche per tutto il resto.

India

Il mio lavoro mi porta spesso in India. Visito le industrie che producono auto, camion e motociclette, che sono concentrate in poche città, per vendere gli impianti che produce l’azienda per cui lavoro. Sono appena rientrato dall’ultimo viaggio. Ho visitato Bengaluru (non è un refuso, è la vecchia Bangalore che ora si chiama così), Pune, Delhi e Rudrapur. Frequento l’India dal 2002 e la visito diverse volte l’anno. Negli ultimi due o tre anni ho notato una improvvisa accelerazione del processo di ammodernamento delle città. A Bengaluru la nuova metropolitana ha prodotto significative riduzioni del traffico, che è sempre intenso ma gli ingorghi delle ore di punta sono molto minori che in passato e attraversare la citta in auto è diventato molto più facile. A Pune la costruzione della metro, che per quasi tutto il percorso è all’aperto su linee sopraelevate, ha trasformato la città in un cantiere enorme che provoca caos e ingorghi peggio che nel passato. Ma è il prezzo da pagare per avere un futuro migliore. A Delhi la metropolitana è in funzione da vari anni ma il traffico è sempre impossibile e viaggiare per la città un vero incubo.

L’India sta facendo grossi investimenti nelle infrastrutture. Ormai gli aeroporti delle principali città sono moderni e ben organizzati, al livello dei migliori paesi al mondo. La rete di voli interni copre buona parte degli spostamenti con tariffe molto convenienti, almeno per noi stranieri, ma visto l’affollamento di tutti i voli, evidentemente anche molti indiani possono permettersi di volare. Viaggiare in auto da una città all’altra non è semplice. La velocità media effettiva fuori città, quando va bene, è di 40 / 50 km/h, la condizione delle strade è abbastanza critica e tra buche, lavori in corso, dissuasori di velocità, spericolati motociclisti che passano da tutte le parti, mucche sacre che si fermano dove vogliono, l’imprevisto è sempre in agguato. Riguardo treni ed autobus meglio lasciare perdere, qui ancora non è arrivata la modernità e c’è ancora da fare moltissimo.

Un dato comune a tutte le principali città è che le vecchie baracchine e i piccoli negozietti senza porte e vetrine con la merce esposta per strada stanno piano piano diventando negozi arredati modernamente, con pareti pulite e vetrine con la merce esposta. Il nuovo e il vecchio convivono ma il cambiamento è in corso e sarà inarrestabile. La tappa del mio viaggio verso Rudrapur, nella regione di Uttarakhand, tra Delhi e il Nepal, mi ha riportato nell’India rurale, quella dove il progresso fatica ad arrivare. La regione è stata negli ultimi anni aiutata dallo stato indiano che ha favorito la costruzione di alcuni grandi stabilimenti industriali che hanno portato lavoro ma lo sviluppo dell’area è ancora molto limitato. Le strade sono in costruzione e molti tratti sono ancora non asfaltati. C’è meno inquinamento e se il tempo è bello è possibile vedere il cielo azzurro, cosa che non è possibile quasi mai a Delhi, dove una coltre di nebbia e smog non abbandona mai il cielo, anche nelle giornate migliori. L’India è terra di grandi contrasti e ingiustizie sociali per chi ci vive e di sentimenti contrastanti per gli stranieri che visitano il paese. Si sta in hotel di lusso, a prezzi abbordabili, dove c’è da mangiare e da bere a volontà, pulizia e personale sempre sorridente che ti chiede se hai bisogno di qualcosa. Se dici di si, quello che chiedi tarda ad arrivare, gli inservienti non sono mai pronti, c’è sempre un imprevisto, l’attesa in genere è lunga e apparentemente ingiustificata. Fuori dell’hotel c’è la povertà più assoluta, persone che non mangiano da giorni, che non hanno mai avuto un lavoro, che non si sono mai preoccupati di nulla non avendo nulla, non potendo aspirare a nulla. Contrasti e ingiustizie, ricchezza e povertà.

Ho scattato tre foto dalla vettura lungo la strada che da Rudrapur porta a Delhi.

20200130_153808

La prima immagine mostra un negozio di stoffe, uno dei tanti lungo la stessa strada, ma incredibilmente pieno di persone, mentre gli altri erano vuoti anche se esponevano la stessa merce.

20200130_154316

La seconda immagine è un carretto della frutta. L’India è piena di questi carretti, tutti con frutti di vario colore e bellissimi di aspetto, tutto disposto con ordine e regolarità geometrica. La frutta in India è buonissima, i sapori sono intensi e prolungati. Bisogna stare attenti solo all’igiene, un frutto ancora bagnato con l’acqua indiana potrebbe essere letale per il povero stomaco di un turista ignaro della potenza dei batteri indiani.

20200130_153536

L’ultima foto mostra un negozietto piccolo e vuoto, che ha in vendita delle galline, esposte in una gabbia. Tra l’uomo anziano che le sorveglia e le galline in gabbia, non è facile capire chi ha lo sguardo più mesto. Guardate la mancanza di asfalto sul bordo della strada. Anche questa è una caratteristica comune di quasi tutta l’India. I bordi delle strade non sono asfaltati e il grande traffico solleva quantità enormi di terra che si diffondono nell’aria e di conseguenza vengono respirate dalle persone con effetti non proprio ideali per la salute, oltre che per l’igene. Mezza giornata per strada e si ritorna in albergo che è obbligatoria una doccia. Pur di fronte a tante  contraddizioni, l’India rimane un paese incredibile e affascinante. La sua cultura millenaria è stata la base della cultura umana ma non è stata abbastanza per garantirle uno sviluppo normale ai giorni nostri. Il Paese sta facendo progressi ma la strada da percorrere è ancora lunga.

La cosa migliore dell’India sono le persone. Generalmente colte, empatiche, affabili e disponibili, gentili e simpatiche.

La cosa che mi piace e intenerisce è quando al mattino e all’ora di uscita delle scuole le strade delle città sono piene di studenti. Al solito caos del traffico si aggiunge l’allegra confusione di centinaia di studenti, ragazze e ragazzi, tutti in divisa. Le divise sono uguali per tutti ma basta guardare i piedi per scoprire le differenti condizioni della famiglia. C’è chi ha semplici infradito, altri scarpe logore e consunte, altri scarpe sportive nuove. Arrivano da ogni parte, alcuni di loro camminano per chilometri, sembrano tutti allegri, ridono e scherzano tra loro. Una serenità che forse perderanno da grandi. Anche un grande paese e in progresso come l’India non potrà garantire a tutti benessere e miglioramenti sociali, molti dei giovani non riusciranno a salire la scala sociale. Ma quando si è giovani i brutti pensieri possono stare lontani e vedere tanti ragazzini che sorridono e scherzano riscalda il cuore. Che il loro futuro sia radioso come lo sono i loro sorrisi.

Luciano De Crescenzo

Anche Luciano De Crescenzo ci ha lasciato. Devo molto della mia passione per la lettura proprio a lui. Lo ammiravo per la sua evoluzione, da ingegnere idraulico a scrittore di successo, da dirigente di industria ad uomo di cultura e di spettacolo. Lo trovavo spassoso e nello stesso tempo gentile ed arguto, mai volgare, con quella cadenza napoletana delicata ed irresistibile. Riposa in pace anche tu, Luciano.

Andrea Camilleri

Addio Andrea Camilleri, riposa in pace. Sei stato un grande scrittore ma soprattutto un grande uomo. Hai sempre espresso le tue idee con chiarezza e coraggio, mai nessun cedimento all’opportunismo. Hai scritto per divertire ma anche per insegnare a difendere la libertà e combattere gli egoismi. Ci lasci una eredità ricchissima, i tuoi scritti e le tue idee. Chissà se ne saremo degni.

Addio Niki

Addio Niki. Te ne sei andato improvvisamente. Sapevano che le cose non stavano andando per il verso giusto, ma speravamo di rivederti ai box. Sei stato uno dei più grandi campioni del Motor Sport. Eri un grande pilota ma l’incidente del Nurburgring ti ha fatto diventare un eroe. Certo Merzario ti ha salvato la vita e non lo hai trattato proprio bene. Quella volta potevi fare meglio. Le tue ferite esteriori erano ormai un marchio di fabbrica, il simbolo del tuo coraggio. Le ferite interne ti hanno fatto soffrire dopo qualche anno e forse ti hanno portato via troppo presto. Hai perso un mondiale sotto la pioggia perché hai avuto paura, ti sei fermato prima che fosse troppo tardi. Sei stato un grande uomo, pilota, imprenditore e team manager. Eri passato al nemico Mercedes ma per noi sei sempre rimasto Niki, come quando guidavi la Ferrari. Il tuo italiano era peggiorato negli ultimi anni, ma eri rimasto sempre uno dei nostri.  Riposa in pace Niki, ci mancherai. Saluta James quando lo incontri.

Primo maggio

Seguo i temi del lavoro tutto l’anno per motivi professionali, ho a che fare quotidianamente con la formazione dei dipendenti e la sicurezza del lavoro. Trovo che la festività del primo maggio sia una ricorrenza ormai sbiadita, svuotata del suo reale significato, infarcita di retorica e di luoghi comuni, in cui molti parlano senza dire nulla che possa contribuire realmente a migliorare la situazione dei lavoratori meno fortunati o di coloro che sono senza lavoro. Ci vorrebbe meno ipocrisia e maggiore determinazione a fare qualcosa di concreto per chi il lavoro non lo ha e per chi è costretto a lavorare in condizioni impossibili.

In questi giorni sta facendo molto scalpore la protesta dei Food Rider, ossia coloro che in bicicletta consegnano cibo a domicilio. La protesta consiste nella minaccia di rendere pubblici nomi, abitudini ed altri dettagli privati dei clienti presunti VIP dal braccino corto che non lasciano mance a chi consegna loro le ordinazioni. La forma insolita di protesta ha scatenato una serie di articoli sui vari organi di informazione, smentite da parte degli interessati, tanti commenti pieni di odio sui social. Trovo questo tipo di protesta fuori luogo. I Rider stanno sbagliando bersaglio. Il loro nemico non sono i clienti che acquistano i servizi dalle aziende che li sfruttano. Non sono i clienti che devono elargire mance per arrotondare la misera paga che viene corrisposta dalle aziende a chi consegna le ordinazioni. I Rider fanno un lavoro rischioso, affrontano in bici il traffico delle città, sono costretti a lavorare con ogni condizione climatica, senza alcuna copertura assicurativa, senza nessuna dotazione di sicurezza pagata dall’azienda, per pochi spiccioli a consegna, mentre le aziende che li ingaggiano realizzano utili milionari. Per i food rider non ci sono tutele, non ci sono leggi o normative sulla sicurezza del lavoro, non ci sono salari minimi, non c’è nessuno che li difenda. E’ questa la modernità? E’ questo il progresso che avanza? No, affatto. E’ il vecchio che trionfa. Multinazionali ricche e potenti si muovono in modo scaltro e spregiudicato cogliendo di sorpresa i governi che spesso colpevolmente reagiscono con la velocità dei bradipi alle iniziative dei privati, senza riuscire a riscrivere regole e leggi continuamente e creativamente aggirate dalle aziende. Un anno fa i Food Rider erano nelle stesse condizioni ed oggi nulla è cambiato anzi l’unica cosa che è cambiata è la paga per consegna che è stata dimezzata. I food rider non dovrebbero protestare o scioperare. Dovrebbero fare molto di più. Dato che tutti dicono che guadagnano troppo poco ed il lavoro che fanno non dà loro nessuna prospettiva futura (per quanti anni si può fare il food rider?) dovrebbero fare un atto di coraggio collettivo e rinunciare a questo sfruttamento lasciando le aziende. Tutti, insieme, contemporaneamente e subito. Una azione collettiva, concreta, forte, coraggiosa. A beneficio di tutti loro ed anche degli altri che in futuro lavoreranno per le stesse aziende.

Perché accettare di essere sfruttati? I food rider possono essere presi come esempio di tutti i lavoratori costretti ad accettare condizioni impossibili. Ci sono esempi anche in altri campi, di aziende di dimensione mondiali, che stanno acquisendo posizioni quasi monopolistiche, che continuano a macinare profitti miliardari in euro o dollari imponendo ai propri dipendenti condizioni di produttività impossibili.

Bisogna riconquistare per tutti i lavoratori il diritto ad avere un lavoro dignitoso. Perché farsi sfruttare da aziende che grazie a questo sfruttamento fanno profitti milionari senza ridustribuire in modo equo gli utili ?

Un modello di business non può funzionare sottopagando la manodopera ed imponendo condizioni vessatorie a coloro che svolgono il lavoro sul campo. Questo sfruttamento andrebbe proibito dalla legge. Perché un semplice artigiano se ha bisogno di un aiutante lo deve assumere, formare, dotarlo di adeguati dispositivi di sicurezza, pagare tutti i contributi previsti, malattie, ferie, riposi e festività, mentre aziende milionarie possono permettersi di sfruttare i lavoratori che tengono in piedi il business senza offrire ai lavoratori condizioni minime accettabili? Non sono queste le aziende di cui abbiamo bisogno per risolvere il problema della disoccupazione, non sono questi i lavori che possono aiutare i disoccupati a trovare il modo di guadagnarsi da vivere. Questo è solo un esempio delle tante cose che non vanno nel mondo del lavoro. Ma nessuno fa niente, né il Governo né i Sindacati. Ed anche questo primo maggio 2019 sarà sprecato, solo tante parole e niente fatti. Intanto in Italia dal primo gennaio 2019 i morti sul lavoro sono 145.