Eseguendo la Sentenza e Un atomo di verità

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Titolo: Eseguendo la sentenza

Autore: Giovanni Bianconi

Editore: Corriere della Sera

 

Titolo: Un atomo di verità

Autore: Marco Damilano

Editore: Feltrinelli

 

Due libri sul caso Moro. Un rapimento iniziato con una strage (i cinque uomini della scorta) e concluso con l’omicidio dell’uomo politico più importante dell’Italia dell’epoca.

Un evento tanto crudele quanto misterioso che dopo 40 anni rimane avvolto dalla nebbia delle bugie, dei depistaggi, delle false ricostruzioni, delle strane presenze sul luogo del rapimento.

Due libri abbastanza diversi tra loro, il primo è una cronaca dei 55 giorni del rapimento, iniziato il 16 marzo 1978 e concluso il 9 maggio 1978, il secondo è più un racconto di sentimenti e di emozioni legate ai personaggi e luoghi coinvolti nella storia. I due libri citati in questo post non fanno nuova luce sui misteri legati a quanto accaduto nel 1978, ma tengono accesa l’attenzione dell’opinione pubblica su un evento che ha troppe ombre e zone oscure su cui dovrà essere fatta chiarezza. 40 anni sono troppi per non essere riusciti a fare piena luce sul rapimento Moro.

Tanto per mantenere viva la memoria su altri omicidi dell’epoca, un triste elenco:

Oltre ad Aldo Moro, il 9 maggio 1978 fu ucciso Peppino Impastato, giornalista antimafia.

Il 20 marzo 1979 fu ucciso il giornalista Mino Pecorelli.

Il 21 luglio 1979 fu ucciso Boris Giuliano, Capo della Mobile di Palermo

Il 25 settembre 1979 fu ucciso il giudice Cesare Terranova.

Non dobbiamo dimenticare. Dobbiamo continuare a pretendere che la verità venga alla luce.

A Genova non è crollato solo il ponte

Quando ho letto le prime notizie sul crollo del ponte Morandi lo scorso 14 agosto, la prima reazione è stata di incredulità, poi con il passare dei minuti, quando la tragedia si è manifestata in tutta la sua disastrosa portata, lo sgomento ha preso il sopravvento. Non è crollato solo il ponte di Genova. Si è sgretolata l’Italia. Un disastro così grande, indipendentemente dalle cause tecniche che lo hanno provocato, dimostra che l’Italia è un paese che non funziona, marcio nella sua stuttura portante, proprio come il ponte.

Non c’è solo un ponte da ricostruire. C’è da costruire uno stato che funzioni veramente e non solo nelle dichiarazioni propagandistiche dei politici, che sia in grado di proteggere i suoi cittadini e tutelarli, di garantire diritti e pretendere che tutti facciano il proprio dovere. Uno stato capace di spendere le proprie risorse in modo oculato e non sprecarle in modo becero. La legge permette di dare in concessione i beni dello stato ? Se il risultato è quello di Genova si revochino tutte le concessioni, si cambino subito le leggi che le regolano. La Concessionaria che aveva in gestione il ponte ha rispettato tutte le regole ? Allora le regole sono sbagliate e devono essere riscritte. Ci sono 43 morti che giustificano ampiamente qualsiasi intervento legislativo. Abbiano dovuto dare in concessione la rete autostradale per ridurre il debito pubblico per entrare nell’euro ? Allora le regole europee sono sbagliate e bisogna combattere per cambiare ciò che di sbagliato è stato fatto.

Non è possibile che lo Stato italiano non abbia le risorse economiche e le strutture organizzative e di controllo per evitare quello che è successo a Genova. Le grandi infrastrutture devono essere gestite e manutenute con l’unico scopo di garantire gli interessi del popolo italiano e non per fare arricchire gruppi privati. Non si possono dare in concessione attività importanti e remunerative come la gestione delle rete autostradale italiana, costruita con i soldi di tutti gli italiani, per fare arricchire aziende private vicine ai politici del momento. Le responsabilità non sono solo della Concessionaria ma anche delle forze politiche che hanno permesso questa scelta scellerata. Tutte le attività di importanza nazionale devono essere controllate dallo stato che deve intervenire per garantire sicurezza e continuità di esercizio. Serve una politica più responsabile e lungimirante, che governi in base a stategie e programmi a lungo termine e non in base ai sondaggi. Servono banche, dirigenti pubblici, politici, imprese e imprenditori che abbiano a cuore il futuro dell’Italia. Servono enti di controllo efficaci dotati di tutti i mezzi necessari per fare bene il loro lavoro, leggi funzionali di facile e certa applicazione. Serve una giustizia veloce ed efficiente. Servono elettori più attenti alle competenze dei candidati alle elezioni politiche che alle ideologie, meno populismi e maggiore visione strategica del futuro. Serve una stampa meno prona verso la politica ma più critica e vigile. Serve una istruzione migliore, investire sulla formazione degli insegnanti, riqualificare le università, aumentare il livello medio di istruzione della popolazione. Non servono scorciatoie o sotterfugi, serve formare persone migliori, diffondere il concetto di responsabilità personale. Serve un progetto per definire l’Italia del futuro. Serve una concezione diversa di come amministrare il bene pubblico, materiale, finanziario ed intellettuale. Non serve cercare soluzioni di comodo o incolpare qualche avversario per mettersi a posto la coscienza. Serve uno sforzo enorme di tutti gli italiani per trasformare il paese in qualcosa di diverso da quello che è adesso.

La scomparsa di Stephanie Mailer

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Titolo: La scomparsa di Stephanie Mailer

Autore: Joel Dicker

Editore: La nave di Teseo

Il libro si presenta come un mattone di elevato spessore che incute una certa soggezione. 704 pagine non sono facili da affrontare. Sono in vacanza e le ore giornaliere da dedicare alla lettura possono essere tutte quelle che servono per terminare velocemente La scomparsa di Stephanie Mailer, un thriller ben scritto da Joel Dicker. La grafica della copertina è accattivante, il richiamo ai precedenti romanzi dell’autore, La verità sul caso Harry Quebert e Il libro dei Baltimore sono un ottimo ulteriore motivo per acquistare il volume.

La vicenda si svolge su due piani temporali e racconta tante vicende parallele di personaggi con professioni, estrazioni sociali, età e provenienza le più disparate, che in qualche modo sono legati a Orphea, una cittadina inventata dello stato di New York, nella prestigiosa zona degli Hamptons, all’estremità orientale di Long Island, dove hanno la casa delle vacanze molti abitanti benestanti di New York.

Il 30 luglio 1994 Orphea è pronta ad inaugurare la prima edizione del festival teatrale ma un fatto criminale scolvolge tutti i programmi della giornata. Il sindaco della cittadina viene ucciso insieme alla moglie ed il figlio mentre si trovavano a casa. Di fronte alla casa del sindaco viene trovato anche il cadavere di una donna che era impegnata in una seduta di jogging. Il caso di quadruplo omicidio fu risolto da due agenti del comando della polizia locale, Jesse Rosemberg e Derek Scott.

Il 23 giugno 2014 Jesse Rosemberg, ormai prossimo alla pensione, viene avvicinato dalla giornalista Stephanie Mailer che gli dice che il caso del 1994 non è stato in realtà risolto, che il colpevole individuato a suo tempo non è il vero responsabile del plurimo omicidio. La donna subito dopo aver incontrato il poliziotto sparisce. Viene denunciata la sua scomparsa e iniziano le indagini alla scoperta di che fine ha fatto la donna. Nello stesso tempo ripartono anche le indagini sui fatti del 1994 che vedono sempre Jesse e Derek impegnati a scoprire cosa c’era di sbagliato nel loro lavoro di vent’anni prima. Da qui inizia una storia fatta di intrecci con il passato, nuovi crimini, eventi, coincidenze, nuove piste e nuovi indizi, conclusioni errate, storie d’amore, storie di infedeltà, violenze domestiche, disagi giovanili, di tutto di più.

Tutte le storie parallele risultano avvincenti e congruenti con la trama, nulla è superfluo, nonostante la complessità e la lunghezza del libro. Il lettore con il passare delle pagine si trova quasi ammaliato dalla storia e non riesce ad interrompere la lettura, trovando sempre nuovi motivi di interesse per continuare pagina dopo pagina fino alla fine.

Joel Dicker è molto bravo a scrivere libri con trame complesse, con tanti personaggi, centellinando indizi e particolari della storia con grande abilità e tempismo, riuscendo a tenere sempre altissima la tensione del racconto, senza mai dilungarsi ma cambiando continuamente scena, personaggi, piano temporale. Nel finale lo scrittore si è anche divertito a rendere possibili eventi che sono il contrario di quello che si sarebbe aspettato, quasi a dimostrare che la realtà non è quello che dovrebbe essere.

La scomparsa di Josef Mengele

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Titolo: La scomparsa di Josef Mengele

Autore: Olivier Guez

Editore: Neri Pozza

Olivier Guez ha scritto la storia della fuga in Sudamerica di Josef Mengele, l’angelo della morte, il medico scienziato responsabile della morte di migliaia di ebrei, di orribili violenze e terribili crimini contro l’umanità. Si considerava un benefattore, un grande studioso, la cui opera sarebbe stata prima o poi riconosciuta. Era ossessionato dai gemelli che torturava ed uccideva per scoprirne i segreti genetici ed anatomici. Voleva preservare la razza ariana, produrre superuomini. Fu solo un carnefice che non produsse nulla di scientificamente utile.

La sua macabra attività si svolse soprattutto nel campo di concentramento di Auschwitz, dove a partire dal 1943 Mengele aveva il suo laboratorio degli orrori. Riusci ad evitare il processo di Norimberga alla fine della guerra e nel 1949 fuggì in sudamerica partendo dal porto di Genova per raggiungere l’Argentina. In una vita fatta di false identità, fughe e menzogne, visse fino al 1979, quando morì per un attacco cardiaco. Il libro racconta gli ultimi 30 anni della vita di Mengele, la rete di protezioni di cui ha usufruito, le persone che lo hanno aiutato, i rapporti con la sua famiglia. I nazisti in fuga di soldi ne avevano tanti e li utilizzavano per corrompere e per facilitare le attività di protezione. Il libro descrive Mengele come un uomo mai pentito del suo operato, che fino all’ultimo ha creduto nell’ideologia nazista e difeso tutte le azioni criminali fatte dal regine. La caccia ai nazisti nascosti in sudamerica fu portata avanti soprattutto dal Mossad, i servizi segreti israeliani, che molto si adoperarono per catturare Mengele, senza mai riuscirci.

Il libro è una grande opportunità per conoscere più approfonditamente i crimini compiuti da Mengele e per capire cosa può provocare una ideologia aberrante come il nazismo in menti di uomini che si lasciano convincere fino al punto di perdere ogni parvenza di umanità e divenire più realisti del re. In questi anni la memoria delle cose terribili accadute prima e durante la seconda guerra mondiale si sta attenuando mentre sempre più spesso hanno voce in capitolo organizzazioni di vario tipo che guardano con simpatia a regimi che hanno rappresentato i momenti più oscuri della storia dell’umanità. Sono molte le persone che avrebbero bisogno di un ripasso di quanto accaduto in quel periodo così come tutti gli studenti dovrebbero spendere qualche ora in più a studiare i danni enormi che sono stati prodotti dalle ideologie totalitarie.

A bocce ferme

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Titolo: A bocce ferme

Autore: Marco Malvaldi

Editore: Sellerio

“A bocce ferme” è l’ultima opera di Marco Malvaldi, un romanzo giallo ambientato nella inesistente cittadina di Pineta con protagonisti il “gruppo” del Bar Lume, ossia Massimo Viviani titolare del bar, Tiziana contitolare e collaboratrice di Massimo, Marchino banconista, i quattro pensionati Aldo, Ampelio, Pilade e il Rimediotti, oltre ad Alice Martelli, vicequestore di Pineta e fidanzata di Massimo.

I 4 “nonni” spendono la maggior parte della giornata al bar per la disperazione affettuosa di Massimo che se li ritrova sempre tra i piedi e li invita di continuo a cambiare abitudini ma che in realtà non potrebbe fare a meno di loro.

La struttura del libro è quella ben collaudata dall’autore nei precedenti volumi. Succede qualcosa a Pineta, si apre una indagine ufficiale nella questura del luogo e parte contemporaneamente una indagine parallela nella questura non ufficiale, ossia nel Bar Lume, dove Massimo pilota i 4 nonni in modo da sfruttare le sue doti di risolutore di casi giudiziari avvalendosi dell’esperienza e delle conoscenze dei 4 simpatici vecchietti.

Questa volta il caso da risolvere è un vecchio omicidio del 1968 rimasto all’epoca senza colpevole. Le indagini su tale caso devono essere riaperte per via di una questione legata ad una eredità. Tutto inizia con la morte per malattia di Alberto Corradi, proprietario di una importante azienda farmaceutica toscana. La volontà del Corradi è di lasciare tutto al figlio Matteo, ma nel testamento in mano al notaio di Pineta, c’è anche scritto che Alberto Corradi si dichiara responsabile dell’omicidio del fondatore della fabbrica farmaceutica, Camillo Luraschi, padre putativo di Alberto Corradi. L’inchiesta di omicidio viene riaperta dato che Matteo Corradi non potrebbe ereditare ciò che il padre avrebbe ereditato grazie ad un delitto. L’indagine è affidata al vicequestore Alice Martelli e di conseguenza tutto il Bar Lume è coincolto nel caso.

Il libro racconta alcuni episodi che caratterizzarono il 1968 in Toscana, periodo in cui i 4 nonni erano nel pieno delle forze e risulteranno anche protagonisti di alcuni dei fatti principali avvenuti all’epoca. Un riferimento ad un periodo storico importante per l’Italia moderna, che arricchisce il volume di ulteriori spunti interessanti.

Il punto di forza dei libri del Bar Lume non è mai il caso da risolvere. Il vero scopo del romanzo è quello di dare spazio e voce ai protagonisti ed in particolare ai 4 nonni, che rappresentano il pensiero comune, il buon senso delle persone meno istruite ma con esperienza e sale in zucca, che risultano veri e propri maestri di vita. Tra battute, scherzi, prese in giro, tra una risata e l’altra, si racconta l’Italia di provincia, con i suoi pregi e difetti, con le sue storie non sempre edificanti. Nei libri di Malvaldi, le soluzioni dei casi non sono mai banali, sono sempre frutto di intuizioni geniali, in genere di Massimo, vero e proprio investigatore mancato. L’umorismo regna sovrano, con battute a volte ciniche a volte cattive, ma sempre con un elevato grado di comicità. I libri di Malvaldi divertono e nello stesso tempo fanno pensare, con uno stile originale che rende la lettura sempre piacevole ed a tratti esilarante. E’ questo il il motivo principale del grande successo editoriale che hanno i suoi libri.

“A bocce ferme” non deluderà i lettori affezionati. Per coloro che non conoscono la serie, consiglierei di cominciare dai primi libri e leggerli in ordine cronologico.

Berta Isla

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Titolo: Berta Isla

Autore: Javier Marias

Editore: Einaudi

Il libro si presenta come una spystory ma in realtà è la storia di un amore e di un matrimonio contrastato non dai sentimenti dei due protagonisti ma dalla vicende delle loro vite.

I protagonisti del romanzo sono Berta Isla e Tomas Nevinson, due studenti spagnoli che visono a Madrid.

I due si fidanzano da ragazzi, vivono da separati gli anni universitari, dato che lei studia a Madrid mentre lui studia ad Oxford. Al termine degli studi universitari, i due decidono di sposarsi, come è normale che sia per due giovani innamorati che si conoscono da sempre. Berta Isla è convinta di sapere tutto di suo marito mentre lui nasconde moltissimo della sua vita alla moglie, che non è messa al corrente del fatto che Tomas è stato ingaggiato dai servizi segreti inglesi, che è un agente sotto copertura e che opera in missioni segrete di cui lui non può divulgare alcun particolare a nessuno, nemmeno a sua moglie. Il matrimonio va avanti con le continue e prolungate assenze di lui, mentre Berta si ritrova a portare avanti il peso della famiglia e dei due figli, in completa solitudine, senza mai sapere la durata delle assenze del marito, nè poter comunicare con lui perchè per motivi di sicurezza non è possibile alcun tipo di contatto. La storia tra i due prosegue tra continue incomprensioni, i tentativi di Berta di conoscere le attività del marito che invece tiene fede agli obblighi sui è soggetto senza mai dire nulla alla moglie di quello che fà durante le sue missioni. Poi la trama prende una via drammatica con un finale che forse è la parte migliore del libro.

Berta è un donna coraggiosa, che vuole convincere il marito che la sua posizione non è corretta, che il suo comportamento non è giusto, che una moglie ha il diritto di sapere tutto del marito. Mentre lui, a dispetto del suo lavoro che implica coraggio, è un uomo debole, che non sà decidere, che si è ritrovato a fare l’agente segreto per una scelta che gli è stata imposta da altri e che lui non ha avuto il coraggio di rifiutare per evitare guai derivanti dal suo comportamento da uomo superficiale e poco attento. Guai che si riveleranno inesistenti, come verrà a sapere troppo tardi, quando ormai la sua vita era stata irrimediabilmente compromessa.

Due personalità opposte, due vite diverse, unite da un matrimonio sbagliato che durerà al di là delle aspettative solo grazie alla fermezza della donna, pronta ad accettare un marito di cui è innamorata ma di cui non conosce nulla della sua vita al di fuori del matrimonio, delle sue molteplici personalità, delle sue azioni misteriose.

Berta Isla è un libro sul coraggio delle donne, pronte a combattere per difendere i propri figli, per difendere le loro scelte, per rivendicare il diritto di conoscere cosa sta accadendo al proprio marito, anche contro i regolamenti, le leggi ed i comportamenti omertosi del mondo in cui agiva Tomas.

Sullo sfondo del racconto i servizi segreti, il loro modo di arruolare gli agenti, il loro funzionamento e le loro regole, per creare quasi un diversivo rispetto alla vera natura del libro.

Inviata speciale

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Titolo: Inviata Speciale

Autore: Jean Echeloz

Editore: Adelphi

Inviata speciale è un libro non facile da definire. Potrebbe essere una via di mezzo tra un noir e una spystory ma in fondo è anche un libro brillante e sarcastico con qualche risvolto comico. Di sicuro non piacerà a tutti data la particolare scrittura ma prima di lasciarsi convincere dalla recensioni negative, meglio giudicare dopo averlo letto.

Il libro ha come protagonista Constance, moglie di Lou Tausk musicista che ha smarrito la vena creativa, il suo misterioso rapimento e il suo ingaggio come spia da inviare in Corea del Nord per destabilizzare il regime locale. In passato Constance era stata l’interprete dell’unico vero successo di Tausk, la canzone Excessif, una hit mondiale che aveva venduto milioni di copie in tutto il mondo, compresa la Corea del Nord. Ed è proprio per questa fama internazionale che Constance viene scelta come spia da infiltrare nel regime NordCoreano.

La trama del romanzo è importante fino ad un certo punto. Il lettore troverà interesse nella capacità dell’autore di descrivere le avventure dei personaggi con ironia, disincanto, senza nessuna partecipazione emotiva, con un distacco che consente anche al lettore di vedere le cose da una certa distanza, senza mai entrare nella mente dei personaggi, si rimane solo osservatori esterni.

Non si prova empatia per i protagonisti del romanzo che per ragioni diverse sono tutti dei perdenti, con vite scombinate, coinvolti in avventure bizzarre, difficilmente dal lieto fine. Il bello del libro è questa narrazione quasi surreale di continue situazioni paradossali con personaggi improbabili, in cui l’autore si diletta in pagine di ottima scrittura nella descrizione di oggetti o di luoghi, restando del tutto distante da sentimenti ed emozioni.

La lettura delle 248 pagine scorre velocemente ed è destinata a chi si adatta facilmente a romanzi fuori dagli schemi tradizionali dei romanzi di genere.

 

Dove c’è fumo

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Titolo: Dove c’è fumo

Autore: Simon Beckett

Editore: Bompiani

Il romanzo “Dove c’è fumo” è stato scritto nel 1997 e recentemente riscritto dall’autore. Probabilmente la riscrittura è stata decisa per sfruttare le possibilità che internet ed i social media danno agli autori di arricchire le trame con le diavolerie rese possibili dalle nuove tecnologie.

Protagonista della storia è Kate Powell, titolare di una agenzia di comunicazione, età intorno ai trenta, sta vivendo un buon momento professionale. E’ la sua vita privata che non è proprio felicissima. Ha da poco interrotto una relazione e non vuole iniziarne una nuova. Ha un forte desiderio di maternità, ma non vuole avere un marito o compagno in casa, al punto che decide di ricorrere all’inseminazione artificiale. Questa decisione la porterà a conoscere lo psicologo Alex Turner. Si ritroverà coinvolta in un vero e proprio incubo che metterà a rischio la sua vita professionale e privata, oltre quella dei suoi amici più cari.

Il libro nella prima parte viaggia tranquillo raccontando la vita della protagonista e dei suoi amici, i suoi successi professionali e il suo desiderio di di maternità. Ha poco del thriller questa prima parte ma comunque è raccontata in modo coerente con il seguito del romanzo e serve per caratterizzare al meglio i personaggi. La seconda parte invece è una vera e propria giostra vorticosa di eventi che si susseguono in un crescendo continuo di situazioni imprevedibili che coivolgono Kate e tutti coloro che in qualche modo sono a lei legati.

Un libro che entra nei modi di funzionare della mente umana. Quella di Kate, donna forte e determinata nel lavoro, fragile e insicura nella sua vita privata. Quella di Alex Turner, che si rivelerà inizialmente gentile e normale, per poi mostrare il suo lato peggiore al di là di ogni limite immaginabile.

“Dove c’è fumo” è un libro piacevole e accattivante, con una trama originale e ben gongegnata, un libro che parte analizzando i perchè di una scelta consapevole come la fecondazione assistita e finisce come un thriller mozzafiato. Una lettura non proprio impegnativa che ben si adatta al periodo di vacanze.

Cosa vorresti fare da grande?

“Cosa vorresti fare da grande ?”

“Voglio fare l’ingegnere, quello che progetta le automobili”.

Avevo 5 anni, era il primo di ottobre del 1962, primo giorno di scuola elementare. Il preside in visita alla classe dei remigini mi fece la fatidica domanda ed io risposi senza la minima esitazione. Avevo già deciso il mio futuro.

I primi segnali pericolosi della insana passione per tutto ciò che avesse un motore a scoppio si erano manifestati intorno ai due anni.

Camminavo appena e un pomeriggio per strada mi allontanai da mia madre per avvicinarmi ad una motocicletta parcheggiata sul marciapiede. La toccai e lei mi cadde addosso, come una innamorata che cade ai piedi del suo principe azzurro. Io non mi feci nulla, la moto non so, mia madre a momenti ci lasciava le penne per lo spavento.

Avevo pochi anni ed andavo spesso a giocare in un piccolo parco, attraversato dai binari di una linea ferroviaria locale. Attendevo con trepidazione il passaggio della mitica “littorina”, uno dei pochi treni locali che passavano su quella linea ferroviaria che sarebbe stata dismessa pochi anni dopo. Quel miraggio tecnologico di colore marrone, che sfrecciava a pochi metri da me, era una visione estasiante, come fosse la cometa per i re magi o l’aurora boreale per i pochi abitanti dell’antartide.

A nove anni, comprai il mio primo numero della rivista “Motociclismo”, affascinato dalla prima vittoria nel mondiale della classe 500 di Giacomo Agostini. Quel caschetto tricolore, gli occhialoni, la tuta rigorosamente nera, erano per me come l’ armatura indossata da un eroico cavaliere medioevale, a bordo di quella moto dal nome nobile che solo a dirlo incuteva rispetto, MV Agusta. All’epoca non c’era la televisione che trasmetteva le gare, almeno non ne ho memoria. Vedevo le foto sui giornali e sognavo di diventare un giorno anch’io un pilota, un funambolo della moto. Ma consapevole dei miei limiti e del destino non proprio favorevole, mi ero preparato per tempo un piano di riserva. Qualora non avessi avuto le doti per diventare un pilota vincente, sarei diventato un progettista di moto, quindi un ingegnere. La convinzione sul mio destino era sempre più granitica. Rispetto alle prime affermazioni riguardo la mia scelta professionale, in quegli anni si fece forte, anzi fortissimo il convincimento di diventare ingenere meccanico. La specializzazione era importante. Avevo scoperto che gli ingegneri progettavano anche le case o i ponti, le ferrovie e gli impianti elettrici. Ma queste cose mi apparivano come banalità di cui non valesse neanche la pena di parlare. Per me esistevano solo i motori a scoppio, le moto e le auto. Ma non trascuravo neanche i camion ed i trattori.

Il passaggio sotto casa del camion della nettezza urbana scatenava un entusiamo simile alla littorina dei miei giochi all’aperto. Quando sentivo da lontano il rumore inconfondibile del camion che si avvicinava , correvo alla finestra e guardavo estasiato quel prodigio della tecnologia, grande, potente ed anche puzzolente. Osservavo con invidia gli spazzini che, in equilibrio precario sulle predelline posteriori, avevano il privilegio di lavorare e di utilizare quel fantastico mezzo. Quanche volta mi scappò anche di dire che da grande avrei voluto fare lo spazzino, per poter godere la vicinanza di una tale meraviglia della tecnica. Ma tale scelta cozzava con la decisione di diventare ingegnere meccanico, quindi fu presto abbandonata.

Tra i dieci ed i tredici anni andavo solo in bicicletta. Non che fossi un appassionato di pedalate, ma perchè era la cosa più simile ad una motocicletta che potessi condurre.

Il gioco del calcio non mi ha mai attratto. Non ho mai tifato per una squadra di calcio. Quando i miei amici mi chiedevano “di che squadra sei ?” io rispondevo tranquillo “di nessuna, non mi piace il calcio, seguo solo le corse di auto e moto”.

Verso i dodici anni la passione più grande della mia vita si palesò in modo definitivo. Il motocross, regina delle discipline motoristiche con le sue ancelle, ossia le moto da cross.

Conoscevo tutti i modelli di moto da cross in commercio in tutto il mondo e di ciascun modello tutte le caratteristiche tecniche. Passavo pomeriggi interi a fantasticare favolose avventure in sella ad una moto da cross, guidata in modo magistrale da me, capace di ogni virtuosismo, ogni acrobazia.

Quando arrivò il giorno in cui divenni proprietario di un motorino 50 da cross, non avevo mai guidato nulla a motore. Ero stato solo in bicicletta. Neanche un Ciao avevo mai guidato.

Ma appena fuori del concessionario, feci benzina, misi in moto e partii. Era uno dei pochissimo modelli in commercio a 5 marce. Ricordo ancora il suono metallico, cristallino, del motore a due tempi, l’odore della miscela bruciata, l’emozione della prima accelerata, del primo giro in moto della mia vita. Tornai a casa dopo tre ore. Avevo le dita della mano sinistra (quella della frizione) in preda ai crampi, il polso della mano destra indolenzito a causa dei nuovi movimenti a cui l’avevo costretto (ruotare la manopola del gas). Puzzavo di miscela, le scarpe erano troppo leggere e si erano rovinate a furia di cambiate. Ma ero felice, finalmente potevo guidare una moto. In poco tempo divenni veramente il funambolo che avevo sognato di essere, guidavo con maestria e capacità, il cross non aveva segreti. Furono tempi felici, a stretto contatto con quello che amavo e non mi chiesi più cosa volevo diventare da grande, almeno fino alla maturità. Non evavo tempo di pensare, dovevo andare in moto.

I miei genitori volevano che studiassi legge, speravano in un posto in banca, che mio padre mi avrebbe lasciato una volta andato in pensione. Dopo la maturità, per qualche settimana mi convinsi ad iscrivermi alla facoltà di legge. Avevo preso anche i bollettini postali, tutto stava andando secondo la volontà dei miei genitori. Poi tornai ad avere il controllo di me stesso. Mi iscrissi alla facoltà di ingeneria. A mia madre prese un colpo. A mio padre pure. Dicevano che era troppo difficile, che avrei dovuto studiare troppo, che non ero proprio stato uno studente esemplare al liceo e che forse era meglio una strada più semplice.

Ma io ero rimasto al mio proposito di bambino, quel fatidico 1 ottobre 1962, quando dissi che da grande sarei diventato ingegnere.

E ingegnere lo divenni realmente. Il 15 luglio del 1983 fui proclamato ingegnere meccanico, dal professore Carmelo Caputo, un luminare, uno dei più grandi professori di macchine che l’Italia abbia avuto. I suoi libri troneggiano ancora nella mia libreria.

I giorni immediatamente successivi alla laurea furono ovviamente euforici. Finalmente avevo finito la fase studentesca, ora dovevo trovare un lavoro.

A differenza dei miei colleghi neo laureati, cercavo un lavoro da ingegnere meccanico, possibilmente nel campo dei motori a combustione interna. Non volevo occuparmi di informatica, di strutture metalliche, ponti o elettronica. Io volevo lavorare con i motori. I mesi di settembre, ottobre e novembre passarono veloci, tra colloqui vari ma senza nessuna possibiltà concreta di essere assunto.

A dicembre feci il colloquio in una piccola società, che si occupava della progettazione e produzione di banchi prova motori. Il colloquio ebbe esito positivo e iniziai a lavorare. Ero diventato progettista di banchi prova motori. Il primo giorno di lavoro andai al centro tecnico della motorizzazione militare, dieci sale prova, piene di motori di carri armati, camion e mezzi militari di tutti i tipi.

Stavo realizzando il mio sogno. Stavo per intraprendere la professione di ingegnere meccanico. Stavo sempre in mezzo ai motori, progettavo gli impianti e i banchi che servivano a provarli, quindi li vedevo funzionare, sfumicare, perdere olio, acqua, gasolio. Ero nel mio mondo. Le esperienze di lavoro si moltiplicarono, stavo sempre fuori di casa, in cantiere o presso clienti. Giravo l’Italia senza mai stancarmi.

La storia professionale andò avanti, la carriera in qualche modo si indirizzò sempre nello stesso ambito. Poi ad un certo punto il cambiamento epocale. Inizia a lavorare per una ditta di Cento (provincia di Ferrara), sempre produttrice di banchi prova motori, ma questa volta ben inserita nel mondo motociclistico.

Iniziai a frequentare i reparti corse di Aprilia, Derbi, Ducati, KTM e via via tutti i principali costruttori di moto del mondo. Ero sempre più convinto della mia scelta professionale, della mia scelta di vita. Essere ingegnere meccanico, lavorare come ingegnere meccanico. Completamente preso dal lavoro che stavo facendo, dedicai tutti i giorni, tutti i week end, molte ore della notte, al lavoro, allo studio, all’apprendimento di tutti i segreti del mestiere, della tecnica, del funzionamento dei motori. Studiavo e ristudiavo i testi tecnici più importanti, imparavo a memoria tutte le formule, i metodi di calcolo, le nozioni che mi potessero consentire di essere il migliore nel fare il mio lavoro. Sempre e comunque ingegnere meccanico. Nel frattempo mi sono sposato, ho avuto due figli, tante soddisfazioni dalla famiglia, ma nulla ha scalfito la mia fede primordiale.

Dal 1 ottobre 1962 ad oggi, 5 agosto 2018. 56 anni dopo, 35 anni di vita professionale, da crociato dell’ingegneria, templare della meccanica, cataro della tecnologia. 35 anni dedicati a fare calcoli, disegni, progetti, a costruire e vendere banchi prova, condividendo con clienti, colleghi e collaboratori la passione per i motori, l’amore per la tecnica.

Nulla mi ha mai fatto cambiare idea. Lavoratore stakanovista, oltre 12 ore al giorno, tutti i giorni. Viaggiatore instancabile. 50 viaggi in India, 30 viaggi in Cina, 5 viaggi in Giappone, tre viaggi in Vietnam, Brasile, USA, centinaia di trasferte in Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Turchia, Algeria, Egitto ed Iran. Sempre sempre pronto a fare le valigie, mai stanco, sempre entusiasta.

Ogni tanto mi chiedo se ho fatto la scelta giusta.

Non cerco una risposta e non sono capace di valutare se la mia vita sarebbe stata migliore se avessi fatto qualcosa di diverso.

Ho dato retta al mio cuore e quello che ho fatto lo ho sempre fatto con la stessa passione. Questo per me è sufficiente per non avere rimpianti. Quel bambino è diventato ingegnere. Un sogno si è avverato. Quindi se ne potrebbero avverare anche altri. Per questo continuo a sognare.

 

La ragazza della nave


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Titolo: La ragazza della nave

Autore: Arnaldur Indridason

Editore: Guanda

Bella copertina con una giovane donna di spalle con un paesaggio tipicamente nordico come sfondo.

Il libro “La ragazza della nave” si presenta molto bene ed attira l’attenzione per la grafica originale della copertina che utilizza una foto dai bordi sbiaditi, intrigante anche se un pò triste.

La storia di svolge in due diversi periodi, due storie parallele che si intrecciano, la narrazione si alterna in modo da accentuare la tensione concedendo al lettore piccoli indizi a mano a mano che la trama procede, senza grossi colpi di scena ma con un progressivo incedere che cattura il lettore a poco a poco.

Nel 1940 la Scandinavia si trova in piena guerra mondiale e l’Islanda, pur essendo un paese neutrale, si trova a dover richiamare i suoi cittadini che si trovano all’estero per riportarli in patria. Viene organizzato un trasporto navale per mezzo dell’imbarcazione Esja, con partenza dal porto di Petsamo (il nome del porto di partenza della nave è anche il titolo originale del libro), in Finlandia, per effettuare il rimpatrio.

C’è molta gente sul molo di Petsamo tra cui una giovane infermiera che aspetta il suo fidanzato per imbarcarsi con lui e fare ritorno il Islanda. L’attesa è vana in quanto il fidanzato non si presenterà e la nave salperà senza il giovane. La fidanzata farà di tutto per avere notizie dell’amato e durante il viaggio, in modo inaspettato, scoprirà che è stato arrestato dai nazisti mentre si stava recando da Copenaghen a Patsamo.

Il viaggio sulla nave Esja sarà teatro di alcuni eventi che segneranno il destino di alcune persone in modo irreparabile.

Nel 1943 l’Islanda è occupata dalle truppe americane e la vita nella città di Reykjavik diventa difficile a causa della turbolenta convivenza tra civili e soldati. Un uomo con indosso una divisa militare viene ucciso e ritrovato sul retro di un locale malfrequentato. Pochi giorni dopo il cadavere di un uomo annegato viene ripescato dal mare. Il responsabile delle indagini è l’investigatore Flovent che insieme al suo aiutante Thorson cerca di trovare i responsabili delle due morti.

Le indagini si svolgono con difficoltà e arriveranno presto a trovare alcuni punti di contatto tra gli omicidi e alcuni episodi e personaggi collegati con il viaggio della nave Esja, avvenuto tre anni prima.

Il libro ha come sfondo la vita misera ai tempi della guerra, uno dei periodi peggiori della vita Islandese dei tempi moderni. Viene raccontata la vita della capitale Reykjavik, con locali malfamati frequentati dai soldati e meta di incontri con donne locali che per far fronte alla povertà si vendono per guadagnare pochi soldi anche con la speranza, vana, di trovare un principe azzurro che le possa portare in America dove trovare una vita migliore. La storia racconda di omicidi, violenze, tradimenti. Tutto esasperato dalle condizioni di povertà e di degrado dei rapporti umani che la guerra può generare.

Come spesso accade le peggiori violenze sono frutto di vendette che scaturiscono dalla gelosia.

 

Il Presidente è scomparso

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Titolo: Il Presidente è scomparso

Autore: James Patterson e Bill Clinton

Editore: Longanesi

James Patterson è lo scrittore contemporaneo che ha venduto più libri e si è guadagnato nella sua lunga carriera fama ed autorevolezza, sia per le vendite da primato che per la elevata qualità media delle sue opere. Spesso scrive i suoi libri con partner sempre diversi, a volte oscuri collaboratori a volte scrittori o personaggi che hanno già acquisito una certa fama. Questa volta Patterson ha puntato in alto che più alto non si può. Dovendo scrivere una storia su un Presidente degli Stati Uniti ha scelto come co-autore Bill Clinton, presidente USA dal 1993 al 2001.

Il presidente è scomparso è un thriller di politica internazionale che ha come protagonista un Presidente degli Stati Uniti dei giorni d’oggi che si trova a rischio di impeachment per via di alcuni ambigui colloqui telefonici con uno dei principali terroristi internazionali e nemico giurato degli USA. Mentre il Presidente Duncan si prepara all’udienza al Congresso per vorrà metterlo sotto accusa, l’America è minacciata da un gruppo di terroristi che stanno per sferrare un attacco che se andasse a segno potrebbe distruggere l’intero paese. Venuto a sapere di questa minaccia, il Presidente decide di sparire per qualche giorno per fronteggiare i nemici a modo suo.

Il Presidente Duncan è stato “progettato” per piacere alla maggior numero dei lettori. E’ un Democratico, ex militare in Iraq, vittima di torture crudeli, è vedovo (la moglie è morta di cancro da poco) e deve far fronte alla richiesta di impeachment, ovviamente immotivata almeno a sentire il punto di vista del Presidente, oltre che ad uno dei più pericolosi attacchi terroristici al cuore degli Stati Uniti.

La storia è costruita in modo impeccabile, con un intreccio che comprende politica interna americana e il funzionamento della Casa Bianca, un traditore che è una delle prime cariche dello stato americano, un gruppo di dissidenti arabi che organizza un attacco terroristico per dare un colpo mortale alla monarchia araba, un gruppo di terroristi denominati I figli della Jihad che viene arruolato da una grande potenza internazionale per sferrare un attacco terribile agli Stati Uniti, utilizzando non armi convezionali ma un micidiale virus informatico. Politica interna, terrorismo internazionale, geopolitica, c’è un pò di tutto in questo libro, compreso qualche sprazzo di sano patriottismo da parte del Presidente e della sua squadra. Un romanzo che mostra una America che ringhia, combatte e minaccia guerre ai suoi nemici ma rappresenta sempre la parte buona del mondo che si oppone con tutte le sue forze ai cattivi.

Forse Patterson non ne aveva bisogno, ma sapere che Clinton è uno degli autori, dà al libro una credibilità indiscutibile quanto si parla di politica interna americana, del modo di funzionare dello staff del presidente, delle modalità in cui avvengono gli incontri tra il Presidente ed i suoi colleghi delle altre nazioni coinvolte nell’affare. Il mondo della televisione americano viene mostrato come una fabbrica impegnata soprattutto a produrre notizie false, pronte a tutto pur di fare uno scoop, senza tenere in alcuna considerazione la verità dei fatti raccontati. Qui forse l’ex presidente Clinton si è voluto prendere una piccola rivincita sul mondo televisivo dopo quanto accaduto durante i suoi anni alla Casa Bianca.

Se vi piacciono i thriller fantapolitici con i cattivi tutti da una parte e i buoni dalla parte degli USA e se state cercando un romanzo che vi garantisca un sano e divertente relax questo è il libro adatto per Voi. Vivrete una avventura mozzafiato dove gli USA correranno il rischio di avere tutte le banche che persono i dati dei correntisti, le reti di distributione dell’acqua e dell’elettricità completamente bloccate, i trasporti pubblici fermi e impossibilitati a funzionare, l’intera struttura della difesa militare completamente inutilizzabile.

Tokio Express

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Titolo: Tokyo Express

Autore: Matsumoto Seicho

Editore: Adelphi

Questo libro non è una novità, è stato un grande successo in Giappone nel lontano 1958, pubblicato in Italia nel 2018.

Matsumoto Seicho è stato definito come il Simenon giapponese. I punti in comune con il grande collega belga sono il tipo di opere, infatti entrambi sono stati grandi giallisti, e la grande produttività. Nel caso dell’autore giapponese, che ha iniziato a pubblicare a quarant’anni compiuti, oltre 1000 opere, tra romanzi, racconti e scritti vari.

Tokyo Express è un giallo che racconta del ritrovamento dei corpi di un uomo ed una donna sulla spiaggia della città di Hakata, città molto distante da Tokio.

Vicino ai due corpi una bottiglia di cianuro. Tutto sembra coincidere con un suicidio d’amore, secondo un classico rituale giapponese.

La polizia locale archivia subito il caso come doppio suicidio di due amanti clandestini.

Il caso viene riaperto dall’ispettore Torigai che non crede alla versione del suicidio e inizia una indagine minuziosa prendendo in considerazione tutti i minimi dettagli che potrebbero contribuire alla soluzione del caso.

I due presunti amanti erano stati visti lungo il binario di una stazione ferroviaria di Tokio dove era in partenza un treno espresso per la città di Hakata.

All’indagine si unisce anche l’ispettore Mihara di Tokio che conduce l’inchiesta che lo porterà a svelare un piano molto articolato basato su un intreccio di treni, orari e stazioni ferroviarie lontane tra loro. Il racconto è basato sulla proverbiale puntualità dei treni giapponesi, caratteristica che evidentemente era già in essere all’epoca della scrittura del libro quando la tecnologia non era paragonabile a quella dei giorni nostri. La puntualità dei treni giapponesi si misura in secondi ed un ritardo anche solo di uno o due minuti è considerato inaccettabile. Il Giappone ha sempre avuto una rete ferroviaria capillare, complicata, che permette di raggiungere qualsiasi punto del territorio. I treni e la loro puntualità sono il fondamento del funzionamento della intera società giapponese. Le note del libro avvertono che tutti gli orari dei treni indicati nel romanzo sono veri ed in vigore nel 1957, a testimonianza del gran lavoro di costruzione della trama fatto dall’autore. Per noi italiani questo libro racconda una realtà molto lontana. Costruire un giallo ed una inchiesta basata sull’assoluto rispetto dell’orario dei treni è qualcosa di inconcepibile per un autore italiano dato che il nostro concetto di puntualità è molto diverso da quello giapponese.

Tokio Express racconta la storia di una indagine condotta studiando in particolare le motivazioni e i modi che hanno portato l’omicida a compiere il delitto. Il libro è un giallo ma anche a modo suo un libro di denuncia sociale. L’investigatore Mihara porta avanti le indagini contro gli altri colleghi del dipartimento che vorrebbero archiviare il caso. Il libro parla di corruzione ad alto livello, infatti l’uomo trovato morto era implicato in una indagine relativa ad atti di corruzione in affari ministeriali. La denuncia di Matsumoto è chiara ed esplicita, la società giapponese, dietro la puntualità, la gentilezza e l’ineccepibile apparenza, nasconde aspetti sorprendenti e poco lusinghieri. Il libro è interessante ma non certo per la trama incalzante, il ritmo è lento rispetto a quello a cui ci siamo abituati con i gialli più recenti.

 

 

Operazione Mercurio

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Titolo: Operazione Mercurio

Autori: Antonio Aloni e Paolo Colonnello

Editore: SEM

Il simbolo dell’aquila e la svastica in copertina richiamano subito la mia attenzione. La didascalia parla di un tesoro nascosto nell’isola di Creta. Mi vengono in mente le tante storie che legano il regime nazista a ricerche su tesori e oggetti preziosi del passato. Basti ricordare film di grande successo come “I predatori dell’arca perduta”, oppure le tante testimonianze storiche delle ricerche fatte dai nazisti per impossessarsi dei tesori dei Catari, oppure dei tentativi di trovare reperti sacri come la “lancia di Longino” , ossia la lancia che secondo la tradizione cristiana trafisse il costato di Gesù sulla croce. Come pure le enormi energie spese dal regime nazista alla ricerca del “Santo Graal”. Vado a leggere le note sul risvolto di copertina e scopro che nulla di tutto quello che avevo immaginato è presente nel libro.

Comunque la trama mi convince e lo compro. La lettura non delude le aspettative.

“Operazione Mercurio” è un libro “Noir” bello, interessante ed originale. Il romanzo è stato scritto a quattro mani da un giornalista alla sua prima esperienza come romanziere (Paolo Colonnello) e un professore di letteratura greca dell’Università di Torino (Antonio Aloni). Il risultato è una storia scritta con i tempi e la suspance di un noir di ottima fattura, con molti riferimenti alla cultura ellenica che arricchiscono il libro e valorizzano la trama. La storia inizia con vicende che risalgono al periodo dell l’invasione dell’isola di Creta da parte delle truppe tedesche durante la seconda guerra mondiale.

Il commissario Maki Markaris viene invitato in modo abbastanza inusuale ad indagare sulla morte di un anziano pescatore dell’isola di Creta da parte della figlia Afrodite, una bellissima archeologa che è convinta che suo padre sia stato assassinato. Inizia una indagine su un presunto omicidio inizialmente classificato come incidente, per arrivare a scoprire anche un secondo omicidio, entrambi i crimini legati a qualcosa accaduto durante la resistenza alla invazione tedesca nella seconda guerra mondiale ed il coinvolgimento di una spia tedesca infiltrata nelle fila della resistenza cretese che si faceva chiamare “Andreas”. C’è qualcuno disposto ad uccidere per impossessarsi di informazioni o di un oggetto che evidentemente deve essere molto prezioso o estremamente importante,

La storia è narrata su diversi piani temporali. Gli eventi della trama sono ben mescolati con i fatti storici e le descrizioni delle bellezze naturali dell’isola di Creta, i suoi colori ed odori. Il commissario Markaris si deve districare tra le mille difficoltà dell’indagine a cui si aggiunge anche una talpa all’interno della squadra di investigatori che complica non poco le cose. La polizia ufficiale di Creta troverà un insolito alleato, così come degli insospettabili monaci riserveranno grandi sorprese.

Il libro è un ottimo esempio di come scrivere un libro “Noir”, quindi un libro di intrattenimento, ricco di contenuti storici e culturali che non appesantiscono la trama, anzi rendono il libro ancora più interessante e piacevole da leggere. L’isola di Creta con la sua storia millenaria, il suo mare stupendo e la natura selvaggia e bellissima si dimostra essere un luogo ottimale per ambientare una storia che parte dall’epoca egizia, passa per alcuni eventi della seconda guerra mondiale ed arriva ai tempi odierni. Peccato che il professore Antonio Aloni non ci sia più.

I figli di Dio

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Titolo: I figli di Dio

Autore: Glenn Cooper

Editore: Nord

Dopo “Il segno della croce” e “Il debito”, Glenn Cooper continua la serie di romanzi con Cal Donovan protagonista, pubblicando “I figli di Dio”.

Tre ragazze in tre diversi posti del mondo scoprono di essere in attesa di un bimbo anche se non hanno avuto alcun rapporto sessuale. La verginità delle ragazze viene testimoniata da tutti i medici che le hanno visitate, così come è indubbio che tutte e tre siano in dolce attesa.

La strana storia diventa di pubblico dominio e l’interesse del mondo intero è concentrato sulle tre vergini e sui relativi pargoletti in arrivo, apparentemente figli di Dio. Il Vaticano segue la storia con grande prudenza e interesse. Papa Celestino chiama in aiuto Cal Donovan. Il professore di teologia di Harvard non si tira indietro e si ritrova coinvolto in una storia che metterà a repentaglio la sua vita e addirittura l’intera chiesa Cattolica e il suo amico papa Celestino.

Questo è l’inizio del romanzo “I figli di Dio”. Glenn Cooper sembra aver trovato nel professore Cal Donovan il protagonista ideale per raccontare storie intriganti trattando temi che evidentemente gli stanno molto a cuore quali la condizione della Chiesa Cattolica, i rapporti di potere al loro interno, il rapporto tra la Chiesa e la Società. Il libro “I figli di Dio” è scritto con abilità e ritmo, caratteristiche che sono comuni a tutti i libri di Glenn Cooper. E’ un libro dedicato a chi è alla ricerca di qualche ora di evasione con una storia che desta subito l’interesse del lettore, che lo diverte con una trama all’inizio inedita che ha forse il limite di perdere di slancio nella seconda parte, quando la storia si incanala verso esiti più scontati perdendo forse di originalità. Il libro mette insieme la Chiesa Cattolica e la sua attenzione verso la società, i rischi di uno scisma da parte dei cattolici più conservatori, i rapporti tra politica e religione, gli ambienti spietati della finanza sempre pronti a sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio, un presidente degli Stati Uniti poco rappresentativo di larga parte della popolazione ma ben visto da affaristi privi di scupoli e trafficoni di ogni tipo. Realtà e finzione, spunti dalla situazione reale del mondo dei nostri giorni e invenzioni da sceneggiatura cinematografica, sono questi gli ingredienti che lo scrittore mescola con capacità ed indubbie doti da narratore per confezionare un libro che non vi cambierà la vita ma che vi garantirà qualche ora di benefico relax.

Glenn Cooper in Italia è pubblicato da Nord mentre in Usa è un self publishing, che fà tutto da se, con l’aiuto della famiglia. Lui scrive mentre i suoi familiari si occupano delle attività di marketing, promozione dei libri nel mondo, dei vari siti internet internazionali, della comunicazione globale e dei social media. Lui scrive, il resto della famiglia lo aiuta a vendere i libri ed a far conoscere il suo nome. Un ottimo esempio di gioco di squadra. Un esempio di capacità creativa e imprenditoriale, di volontà e determinazione.

 

 

Il giorno dei Lord

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Titolo: Il giorno dei Lord

Autore: Michael Dobbs

Editore: Fazi

Il giorno dei Lord è il 5 novembre, quando ogni anno si svolge la cerimonia di apertura del parlamento inglese. In una stanza del palazzo di Westminster, si riuniscono le persone più importanti d’Inghilterra, quali la regina Elisabetta, il figlio Carlo, il primo ministro, giudici, uomini politici e leader di vario tipo. Ci sono anche giovani in rappresentanza delle future elite che governeranno il mondo, come il figlio del primo ministro inglese e il figlio del presidente degli Stati Uniti. Proprio quel fatidico 5 novembre il parlamento è invaso da un gruppo di terroristi di origine pakistana che prendono in ostaggio tutte le persone presenti per la grande cerimonia per vendicarsi delle sofferenze causate dalle guerre nelle loro terre scatenate dai paesi occidentali. Mentre fuori del parlamento ci sono mezzi militari aerei e di terra di ogni tipo, i terroristi sono riusciti ad entrare senza grossi sforzi, facendosi gioco sia dell’intelligence che dei vari reparti dell’esercito schierati. I terroristi hanno idee chiare, addestramento di alto livello, sono pronti ad uccidere tutti gli ostaggi ed a morire per la causa. Comincia un thriller che durerà 24 ore e che racconta uno dei peggiori scenari che le nazioni occidentali temono di dover fronteggiare dopo aver vissuto la tragedia dell’11 settembre 2001. Il rapimento viene ripreso dalle Tv e trasmesso in diretta in tutto il mondo. Il romanzo si sofferma molto poco su vicende che riguardano i rapitori, le loro storie e le motivazioni del gesto. Buona parte del romanzo è dedicato a raccontare storie che riguardano gli ostaggi o le autorità coinvolte nella gestione politica e militare del rapimento. Mentre il mondo si interroga su come sia stato possibile che un gruppo di terroristi sia potuto entrare nel luogo che quel giorno doveva essere il più sicuro al mondo, all’interno della sala gli ostaggi cercano ognuno con i propri mezzi, di trovare il coraggio per andare avanti e non cedere alla paura di morire. Fuori dal palazzo di Westminster, i politici cercano di risolvere la crisi, pensando più alle conseguenze personali delle varie azioni da intraprendere per la risoluzione della crisi che all’incolumità degli ostaggi.

I rapporti politici tra Usa ed Inghilterra vedono gli americani in posizione di netto dominio, con l’Inghilterra costretta ad un ruolo subalterno. Le forze armate e gli apparati di intelligence inglesi, di fronte all’enormità dell’evento, vengono messi alla berlina sia dai politici che dalla stessa regina Elisabetta, che più volte si lascia andare a commenti sarcastici e poco lusinghieri.

L’autore utilizza i dialoghi tra i protagonisti per esprimere le sue idee politiche e riesce a farlo in modo molto efficace. Alcuni esponenti politici sono mostrati in tutta la loro imbarazzante mediocrità, alcuni personaggi apparentemente futili si comporteranno inaspettatamente da eroi. Il romanzo procede senza momenti di pausa, con una tensione crescente, senza un attimo di tregua. Come ogni buon thriller, la storia si chiude solo alle ultimissime pagine, con un finale inprevedibile.

Il libro ha il merito di descrivere una vicenda violenta e terribile con molta credibilità, grazie anche alla presenza tra i protagonisti della regina Elisabetta e del figlio Carlo, personaggi sicuramente ben noti a tutti e di cui tutti conoscono le vicende personali a cui si fà riferimento nel libro.

Un romanzo ben riuscito che forse meritava un maggior sforzo nella creazione della copertina.