Dieci piccoli indiani

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Titolo: Dieci piccoli indiani

Autore: Agatha Christie

Editore: Mondadori

Traduzione: Beata Della Frattina

Ho riletto Dieci piccoli indiani dopo tanti anni dalla prima volta. È il giallo che ha venduto più copie di sempre, è stato scritto ottant’anni fa ma non presenta neanche una ruga, catturando il lettore fin dalla prima pagina. La trama è arcinota e può essere riassunta in poche parole. Dieci persone che non si conoscono sono riunite in una sontuosa villa su una piccola isola, Nigger Island, per una vaganza gratuita di qualche giorno, ospiti di un fantomatico signor Owen. Appena riuniti, un disco su un grammofono acceso misteriosamente diffonde nella stanza una voce che accusa i dieci presenti di essere colpevoli di crimini rimasti impuniti. I dieci scoprono di essere prigionieri sull’isola, ogni via di fuga è impedita non essendoci barche per tornare sulla terraferma. Una poesia per bambini anticipa l’ordine con cui i presenti saranno uccisi. Non si salverà nessuno.

Il libro è scritto in modo diretto, gli omicidi avvengono in modo cruento, i dieci presenti sull’isola sono tutti colpevoli e faranno tutti la stessa fine. Uno scenario inquietante. Non c’è l’investigatore, colui che risolve il giallo. Manca il lieto fine. La ripetizione della poesia con la sequenza degli omicidi già programmata ricorda che la morte è la vera giustiziera e che nessuno potrà salvarci da lei. Una poesia macabra, ripetitiva e ossessionante. Un monito continuo per chi è colpevole. Un libro simbolico e pieno di riferimenti ad altre opere, un libro di difficile classificazione, tra l’horror, thriller e mistery. Un libro che fece scalpore all’epoca per la sua originalità, per la violenza e la mancanza della lotta del bene contro il male. Qui c’è solo il male, che vince perché non ha avversari. La storia funziona molto bene anche dopo tanti anni, intimorisce, sorprende ed affascina. Cosa deve fare di più un libro?

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