L’isola dei fucili – Amitav Ghish

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Titolo: L’isola dei fucili

Autore: Amitav Ghish

Editore: Neri Pozza

Traduzione: Anna Nadotti e Norman Gobetti

Il protagonista e voce narrante del romanzo è un indiano, che vive da anni a Brooklyn ed è un commerciante di libri e di oggetti antichi, di nome Dinanath Datta, detto Deen. Una volta all’anno, Deen lascia l’America per tornare in India, sia per i suoi affari che per rivedere amici e parenti. Durante l’ultimo suo viaggio in India viene a conoscenza della legenda di Bonduki Sadagar, un mercante di fucili, che fece costruire un tempio nel Bengala dedicato alla dea Manasa Devi, nella foresta di mangrovie più grande del mondo, Le Sundarban. Tale foresta si estende in una delle aree più povere del mondo, alla congiunzione dei fiumi Gange e Brahmaputra. E’ una zona simbolo dell’ecologismo indiano, patrimonio dell’Unesco, ospita una numero enorme di animali tra cui la famosa tigre del Bengala. I frequenti cicloni e il forte sfruttamento industriale ne condizionano la sopravvivenza. Per una serie di circostanze fortuite, alcuni conoscenti di Deen organizzano un viaggio al tempio costruito da Bonduki Sadagar. Inizia una avventura del tutto inaspettata e dall’esito imprevedibile, in un ambiente ostile e non proprio adatto ad un cittadino americano come è ormai diventato Dinanath. L’atmosfera del racconto è quella tipica indiana, in cui convivono culture antiche, povertà estrema con la diffusione capillare di internet e l’abilità nel suo uso anche da parte delle persone poverissime. Il racconto contiene visioni, divinità e demoni, storie, leggende e credenze varie che si mescolano per creare idee e convinzioni a cui le persone si affidano per comprendere e in qualche modo determinare il loro destino, sempre affidato alla fede, secondo modalità molto personali. La prima parte del libro parla di emigrazione e del bisogno delle popolazioni più povere di sognare di vivere nei paesi occidentali, ricchi, confortevoli, apparentemente accoglienti.

La seconda parte è ambientata a Venezia dove gli stessi protagonisti si ritrovano, grazie ad una serie di circostanze uniche, nella città storica più famosa del mondo. E si continua a parlare di ecologia, delle sorti del pianeta e di immigrazione clandestina.

Per essere un romanzo scritto da un indiano, sorprende per la conoscenza di molti aspetti della cultura occidentale, della situazione politica, soprattutto nei confronti dell’immigrazione. Mi ha sorpreso particolarmente l’introduzione nel racconto di riferimenti al libro Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, edito nel 1499. Tale testo, pur di grande importanza letteraria ed artistica non credo sia molto conosciuto e il fatto che un indiano abbia ritenuto di inserirlo in un romanzo tipicamente indiano lo trovo un grande riconoscimento alla nostra cultura. Tutti i riferimenti ai cambiamenti climatici ed alla salvaguardia del pianeta sono trattati in modo molto vicino al modello occidentale. Buona parte del piacere della lettura di questo libro consiste nel fatto che la mentalità indiana e i loro modi di fare sono mescolati con punti di vista e visioni del mondo molto vicine al punto di vista occidentale.

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